Camporini e lo scenario Nato: “L’alleanza sopravvive anche senza gli Stati Uniti”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è certo la prima volta che l’ipotesi di un divorzio traumatico tra Washington e il Patto Atlantico agita le cancellerie europee. Eppure, la minaccia avanzata da Donald Trump – che ha riaperto il dibattito definendo l’alleanza “una tigre di carta” mentre gli Stati Uniti valutano un disimpegno dopo le tensioni per il conflitto in Iran -4-5 – trova oggi un interprete lucido nella voce di Vincenzo Camporini. L’ex capo di stato maggiore della Difesa, reduce da una lunga carriera ai vertici delle gerarchie militari italiane e internazionali, non usa mezzi termini nel ridimensionare la portata catastrofica che molti attribuirebbero a una simile evenienza.

A suo giudizio, la struttura della Nato – quella macchina complessa fatta di pianificazione, comando e controllo – possiede una robustezza tale da resistere anche a uno strappo così profondo. Camporini, che dell’Istituto Affari Internazionali è oggi consigliere scientifico, ha spiegato come i meccanismi dell’alleanza non imploderebbero all’improvviso: la catena di comando, costata poco più di cinque miliardi di euro annui con un contributo americano pari a circa il 15 per cento del totale, potrebbe teoricamente essere rimpiazzata da personale europeo. Se Washington ritirasse i propri ufficiali dai posti chiave, nulla impedirebbe di affidare a un comandante europeo la guida delle operazioni, garantendo così una continuità operativa che molti danno per scontata solo in presenza della stella e strisce.

Una macchina che può ancora girare, ma con qualche ingranaggio da sostituire

Il quadro tracciato dall’alto ufficiale in congedo, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica dal 2006 e poi alla guida della Difesa fino al 2011 -2, è però lungi dall’essere idilliaco. Sebbene la sopravvivenza dell’alleanza sia fuori discussione – persino in una forma diversa e con una capacità operativa ridotta – restano sul tavolo questioni nodali che non riguardano né i costi né la semplice riorganizzazione gerarchica. Camporini ha evidenziato come l’Europa sconti ancora un deficit strutturale in comparti strategici fondamentali, quali la sorveglianza satellitare e alcune capacità di intelligence avanzata. Non si parte da zero, ma le carenze sono significative e richiederebbero investimenti congiunti, non più dispersi in iniziative nazionali scoordinate, per colmare un divario tecnologico che oggi gli Stati Uniti colmano senza troppi patemi.

La riflessione del generale si inserisce in un contesto di crescente frizione transatlantica che ha radici lontane. Non è solo Trump, durante il suo primo mandato, ad aver messo in discussione il valore del patto; altri presidenti prima di lui, spesso in relazione a crisi mediorientali, avevano già messo in dubbio l’utilità di un’alleanza percepita talvolta come un vincolo asimmetrico. Oggi, però, il clima è reso ancora più incandescente dalle accuse reciproche sull’uso delle basi militari: episodi recenti hanno visto nazioni come Italia, Spagna e Francia opporre veti o richiedere rigide formalità per il transito di velivoli diretti in Medio Oriente, alimentando il risentimento della Casa Bianca che si sente tradita dopo aver garantito per decenni la sicurezza del Vecchio Continente.

Il nodo delle basi e le capacità mancanti

Se l’apparato di comando può essere gestito in autonomia, il vero scoglio è rappresentato da quegli assetti che oggi sono formalmente Nato ma materialmente americani, o da quelle tecnologie di cui l’Europa non dispone. Camporini ha osservato che in caso di ritiro, gli Stati Uniti difficilmente lascerebbero in loco i propri mezzi più sofisticati, comprese le armi nucleari, ma alcuni programmi condivisi – come i radar volanti o i droni Global Hawk basati a Sigonella – dovrebbero essere necessariamente rilevati dai Paesi europei per non interrompere la continuità operativa.

In questo scenario, la lezione che arriva dai vertici militari è chiara: l’Europa ha gli uomini, le strutture e i materiali per reggere l’urto, ma le manca la volontà politica di federare le risorse in modo organico. La sopravvivenza della Nato senza gli Stati Uniti, insomma, non è una chimera tecnica, ma una sfida politica che richiederebbe di compiere quel “salto culturale” di cui Camporini ha spesso parlato in passato, superando le gelosie nazionali per costruire una difesa realmente comune. Le dichiarazioni recenti di Marco Rubio, che ha minacciato di rivedere il rapporto se le basi europee non potranno più essere usate per difendere gli interessi americani, indicano che il tempo per decidere potrebbe essere molto meno di quanto si creda.

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