Meloni e i leader Ue frenano Trump sulla Groenlandia: "Fa parte della Nato"
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Redazione Esteri
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L’operazione compiuta il 3 gennaio in Venezuela, che ha portato all’arresto di Nicolas Maduro, ha riacceso come mai prima i sospetti e le paure, che circolano da mesi nelle capitali europee, circa le mire a più riprese dichiarate dall’amministrazione Trump sulla Groenlandia. Una preoccupazione, questa, che ha spinto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e altri sei leader dell’Unione a siglare una dichiarazione congiunta, tesa a rispondere alle minacce ripetute dalla Casa Bianca. I firmatari, tra i quali compaiono anche il cancelliere tedesco e il presidente francese, hanno voluto ribadire con forza un principio considerato non negoziabile: il Regno di Danimarca, che include l’isola artica, è un membro fondatore dell’Alleanza Atlantica. Un messaggio chiaro, quindi, rivolto a Washington, il cui scopo è ricordare che ogni azione unilaterale comprometterebbe la coesione del patto difensivo, pilastro della sicurezza continentale dal secondo dopoguerra.
L’ipotesi di un accordo esclusivo
Ad alimentare l’allarme, oltre alle dichiarazioni pubbliche del presidente statunitense, giungono le indiscrezioni di stampa internazionale, secondo le quali gli Stati Uniti starebbero lavorando a un accordo di associazione diretta con la Groenlandia, un’intesa di tipo politico e militare che escluderebbe Copenaghen dal processo decisionale. Questo percorso, benché alternativo a un’annessione formale del territorio, aprirebbe la strada a una presenza militare americana molto più libera e a un’espansione delle relative infrastrutture, mettendo di fatto in discussione la sovranità danese. Una prospettiva che i leader europei hanno inteso respingere senza ambiguità, sottolineando come l’isola, la più vasta del pianeta, appartenga al suo popolo e come la sua sovranità debba essere integralmente rispettata.
Un precedente storico
Non si tratta, del resto, di una novità assoluta nella storia delle relazioni transatlantiche, come spesso lo stesso Trump non manca di ricordare. Fu infatti il presidente Harry Truman, nell’immediato secondo dopoguerra, il primo a tentare di acquisire il controllo dell’isola, arrivando a offrire cento milioni di dollari al governo danese, una somma che, rivalutata secondo i parametri odierni, ammonterebbe a quasi due miliardi. Una proposta che all’epoca fu rifiutata, ma che oggi sembra ispirare una nuova dottrina espansionistica. Proprio questo precedente storico contribuisce a spiegare la fermezza delle reazioni europee, le quali si fondano sul timore che una logica puramente transazionale possa erodere i cardini del diritto internazionale e degli equilibri geopolitici consolidati.
La posizione dell’Europa
Il testo della dichiarazione congiunta, perentorio, invoca il “rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e dell’inviolabilità dei confini” della Groenlandia, principi che rappresentano la base stessa dell’ordine giuridico continentale. Una presa di posizione corale, la quale, al di là delle diverse sensibilità politiche interne ai singoli paesi firmatari, dimostra una rara unità di intenti di fronte a una questione percepita come una sfida diretta alla stabilità dell’area euro-atlantica. L’azione diplomatica, sebbene circoscritta a una nota ufficiale, delinea quindi un confine netto, tracciato per dissuadere qualsiasi iniziativa che possa interpretarsi come un tentativo di modificare con la forza lo status quo di un territorio artico strategicamente cruciale.




