Iperammortamento 2026, il decreto attuativo esclude i software in cloud e costa caro alle imprese digitali
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Redazione Economia
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La maxi deduzione fiscale nota come iperammortamento, quella che consente alle imprese di scaricare una quota maggiorata del costo dei beni strumentali nuovi – generando così un risparmio d’imposta non trascurabile – si è vista tagliare le gambe dal decreto attuativo per il triennio 2026. A dispetto delle attese di molti operatori del settore tecnologico, infatti, il testo definitivo non ha recepito l’estensione ai software stand-alone fruiti in modalità SaaS, cioè il “software come servizio” che ormai rappresenta la forma più diffusa e flessibile di approvvigionamento digitale per le aziende. La legge n. 199 del 2025, già di per sé silente su questo fronte, non è stata corretta in sede regolamentare: nessuna previsione espressa, nessuna apertura ai servizi cloud. Così quei costi – che per l’amministrazione fiscale restano puri e semplici costi di esercizio – non diventano mai beni immateriali autonomamente ammortizzabili, con tutto ciò che ne consegue in termini di liquidità vincolata e competitività rinviata.
Niente SaaS, solo licenze d’uso tradizionali
L’impianto dell’iperammortamento 2026, per come è stato disegnato dalle norme attuative, premia le licenze d’uso perpetue o a lungo termine, quelle che si installano su server proprietari e assomigliano al mondo digitale di almeno dieci anni fa. Le sottoscrizioni cloud, invece, quelle che si pagano mese dopo mese e includono aggiornamenti, manutenzione e scalabilità immediata, restano escluse. Una scelta che appare paradossale proprio mentre la transizione 5.0 – così come evocata dal ministro Adolfo Urso – dovrebbe invece incoraggiare modelli di innovazione rapidi e a basso capitale immobilizzato. Senza un intervento correttivo, la misura finisce per favorire chi compra software “da scaffale” e penalizzare chi sceglie l’elasticità del pay-per-use, cioè proprio il modello più adatto alle piccole e medie imprese che non possono permettersi investimenti upfront ingenti.
Cinque comunicazioni obbligatorie e criticità operative con il GSE
A complicare il quadro si aggiunge l’intreccio burocratico previsto dal nuovo meccanismo: chi vuole accedere all’iperammortamento 2026-2028 deve inviare cinque comunicazioni obbligatorie al GSE, ciascuna con scadenze e modalità tecniche diverse. Un flusso informativo che rischia di trasformarsi in un labirinto per i professionisti e i commercialisti, già alle prese con la mole di adempimenti legati alla transizione energetica. La nuova funzionalità del Civis, recentemente estesa ai contribuenti per altre pratiche fiscali, non sembra aver semplificato questo specifico passaggio. Il rischio concreto, nelle more di eventuali chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate, è che molte aziende rinuncino all’agevolazione pur avendone i requisiti, spaventate dalla complessità dichiarativa e dalla paura di errori formali che potrebbero costare care in sede di controllo.
Un’occasione (forse) già mancata per il digitale
Restano escluse anche altre forme di innovazione immateriale: niente estensione ai servizi cloud in generale, nessuna equiparazione tra abbonamento e acquisto. L’assenza di una previsione espressa – lo ripetono i tecnici – non è un vuoto colmabile per via interpretativa: o la legge lo dice, o non c’è. Così l’iperammortamento 2026 si presenta come una misura pensata per ieri, non per dopodomani. Le imprese digitali, quelle che hanno ripensato interi processi grazie a strumenti in cloud, si trovano davanti a un muro normativo che non riconosce il valore del servizio continuativo. Nessun giudizio affrettato sul governo, ma il dato è oggettivo: il decreto attuativo è stato pubblicato, è in vigore, e non include il SaaS. Il resto sono chiacchiere da salone.




