Mediatek, la falla nei chip che espone i dati dello smartphone spento in 45 secondi
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Il telefono è spento. Non in standby, non con lo schermo nero ma ancora in ascolto della rete, bensì completamente inerte, privo di segni di vita. Eppure, in meno del tempo necessario per preparare un caffè, i suoi contenuti più intimi – il codice di sblocco, i messaggi, persino le chiavi di accesso ai portafogli di criptovalute – possono essere esfiltrati. A dimostrarlo è il team Donjon, la divisione di ricerca hardware della società Ledger, specializzata nella custodia offline di asset digitali, che ha messo a nudo una vulnerabilità critica nei processori MediaTek.
Un attacco alla catena di fiducia
La vulnerabilità, catalogata come CVE-2026-20435, risiede nella procedura di avvio protetta (secure boot) dei system-on-a-chip MediaTek, componenti che equipaggiano centinaia di milioni di smartphone Android in tutto il mondo, dal segmento entry-level fino a modelli di fascia media e alta. I ricercatori del Donjon, durante un’analisi approfondita dei meccanismi di crittografia della memoria flash su Android, hanno scoperto che è possibile interrompere o aggirare la catena di fiducia che dovrebbe proteggere i dati prima ancora che il sistema operativo venga caricato.
Collegando fisicamente il dispositivo – nello specifico un CMF Phone 1 di Nothing – a un computer tramite cavo USB, gli esperti hanno estrapolato le chiavi di crittografia, il PIN e le seed phrase (le frasi di recupero) di almeno sei diversi wallet software in soli 45 secondi. L’attacco non richiede alcuna interazione con lo schermo del telefono, né tantomeno che questo venga acceso: la falla viene sfruttata in una fase precedente al boot di Android, quando il chip gestisce ancora la sola comunicazione hardware.
Il nodo strutturale del Trusted Execution Environment
Al centro della questione c’è l’architettura del Trusted Execution Environment (TEE) adottata da MediaTek, un’area isolata del processore deputata a gestire le operazioni più sensibili. A differenza di quanto avviene su altri dispositivi – dove colossi come Google con il Titan M2, Apple con la Secure Enclave o Qualcomm con la Secure Processing Unit utilizzano componenti fisicamente separati dal chip principale – la soluzione integrata da MediaTek (spesso in collaborazione con Trustonic) condivide lo stesso silicio. Questa scelta progettuale, se da un lato riduce i costi di produzione, dall’altro espone i dati a rischi maggiori in caso di attacco fisico al dispositivo.
Sebbene l’analisi iniziale del Donjon puntasse il dito verso il software di sicurezza Kinibi di Trustonic, l’azienda ha respinto queste conclusioni. Trustonic ha dichiarato che la stessa versione del suo software funziona correttamente su altri System-on-a-Chip e che la vulnerabilità sembra essere specifica dell’implementazione hardware di MediaTek. La società ha inoltre precisato che non tutte le piattaforme del produttore taiwanese montano il proprio TEE, suggerendo che il perimetro dei dispositivi a rischio potrebbe essere più ampio di quanto inizialmente stimato.
Patch e responsabilità nella catena produttiva
Il team Donjon ha seguito la procedura di responsible disclosure, informando privatamente MediaTek e concedendo i canonici 90 giorni di tempo prima della divulgazione pubblica. L’azienda produttrice dei chip ha confermato di aver fornito ai produttori di dispositivi (OEM) una patch correttiva già il 5 gennaio 2026, con l’obiettivo di integrarla nei futuri aggiornamenti firmware. Tuttavia, come spesso accade nell’ecosistema Android, il destino della sicurezza dei dati finisce per dipendere dalla prontezza dei singoli brand – Samsung, Xiaomi, OPPO, OnePlus e molti altri – nel distribuire l’aggiornamento ai propri utenti.
La falla, identificata nei bollettini di sicurezza con il codice CVE-2026-20435, rappresenta un’ulteriore dimostrazione di come il telefono, concepito per la comunicazione e l’intrattenimento, mostri i propri limiti strutturali quando viene utilizzato come “fortino” per custodire asset di valore come le criptovalute. I ricercatori hanno evidenziato come, una volta estratte le chiavi radice che proteggono la crittografia del disco, i dati possano essere decifrati offline in modo semplice, bypassando di fatto tutte le protezioni del lockscreen.




