Progettava una strage a scuola, il 17enne interrogato in videoconferenza: “Non l’avrei mai fatto”
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Redazione Interno
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L’udienza si è svolta a porte chiuse, se così si può definire un collegamento da remoto, e il ragazzo – il 17enne arrestato a Perugia con l’accusa di terrorismo – ha risposto per circa un’ora alle domande del gip. Comparso in videoconferenza dall’istituto penale minorile di Firenze, dove è rinchiuso da alcuni giorni, il minore ha respinto le accuse più gravi. «Non lo avrei mai fatto», avrebbe detto a proposito della strage che, secondo il fascicolo degli inquirenti, stava pianificando all’interno di un istituto scolastico. Il riferimento, nelle carte dell’indagine, è esplicito: il modello era quello della Columbine High School, la sparatoria del 20 aprile 1999 che ancora oggi viene citata come un macabro simbolo per certi ambienti dell’odio digitale.
La tesi difensiva: «Solo curiosità, nessuna intenzione reale»
I legali del ragazzo, ascoltati dall’inviata Roberta Mancinelli, hanno provato a ribaltare l’impianto accusatorio. La loro linea è chiara: il 17enne partecipava a chat razziste e suprematiste – ambienti nei quali, stando alle indagini, si sarebbe radicalizzato – ma lo faceva «per semplice curiosità», senza che da quella frequentazione derivasse una concreta volontà di passare all’azione. Una tesi, questa, che mira a ottenere la scarcerazione: gli avvocati hanno già depositato istanza in tal senso, sostenendo che non esisterebbe un progetto attentatario definito né un’organizzazione logistica avanzata. Il minore, nelle loro parole, sarebbe rimasto un osservatore, un ragazzo perso nei meandri di Telegram più che un futuro esecutore materiale di una mattanza.
L’accusa: propaganda e istigazione alla discriminazione razziale
La Procura per i minorenni, tuttavia, la vede in modo diametralmente opposto. Il 17enne è gravemente indiziato dei reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa – un quadro normativo che, in Italia, ha radici nelle leggi antirazziste ma che negli ultimi anni è stato spesso utilizzato per contrastare la radicalizzazione online. Secondo gli inquirenti, non si trattava di un semplice “navigatore curioso”: il ragazzo avrebbe condiviso contenuti esplicitamente violenti, studiato dinamiche di attacchi passati e manifestato un’adesione ideologica a teorie suprematiste. Tanto da far scattare l’arresto – misura considerata necessaria per il pericolo concreto di reiterazione del reato – e il successivo trasferimento nel carcere fiorentino.
Il contesto: chat segrete e altri minori sotto la lente
Dalle indagini emergono contorni più ampi di un singolo caso. Il 17enne si sarebbe radicalizzato in gruppi Telegram a tema suprematista, ambienti crittati e spesso moderati con ferrea logica di autoselezione. Non solo: risultano indagati anche altri minorenni, un dettaglio che fa supporre una rete di contatti e influenze reciproche, anche se al momento nessun altro coetaneo risulta in carcere. L’ombra di Columbine, del resto, è lunga: quella strage del 1999 ha ispirato decine di emuli nel mondo, e le cronaca giudiziaria italiane non sono immuni da questo fenomeno. L’interrogatorio di oggi – il primo vero confronto del ragazzo con il giudice – non ha fornito elementi decisivi per una svolta. I legali ci proveranno con la richiesta di scarcerazione; dall’altra parte, la Procura terrà botta, forte di un quadro indiziario che definisce «solido». Per ora, il 17enne resta dietro le sbarre, in attesa dei prossimi passaggi.
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