Assalto al portavalori, la gip: "Nel Salento la sponda alla mafia foggiana"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il fermo dei due presunti banditi, entrambi foggiani, e la loro successiva posizione processuale non rappresentano che il primo, piccolo tassello di un mosaico investigativo assai più vasto e complesso, che la Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce sta cercando di comporre con l’obiettivo di fare piena luce su quanto accaduto lunedì mattina lungo la superstrada che collega Brindisi a Lecce. Per la giudice per le indagini preliminari Tea Verderosa, che ha convalidato l’arresto disponendo la custodia cautelare in carcere per Giuseppe Russo, di sessantadue anni, e per Giuseppe Iannelli, di trentanove, non vi sono margini di dubbio sulla matrice dell’operazione, un’azione, quella messa a segno dal commando – composto da almeno otto persone – che per modalità esecutive e per la logistica impiegata porta la chiara firma della criminalità organizzata foggiana, la cosiddetta “mafia della Capitanata”, alla quale, però, per muoversi con quella disinvoltura in territorio salentino, sarebbe stata fornita una “stretta di mano” da sodalizi locali.
La fuga e le connivenze: un passaggio fondamentale per gli inquirenti
L’ipotesi investigativa, suffragata dalla ricostruzione della fuga dei malviventi, trova uno dei suoi punti di forza nel comportamento tenuto dalla banda dopo l’assalto fallito, un dettaglio che ha permesso agli inquirenti di ipotizzare l’esistenza di un radicato supporto logistico offerto dalla Sacra Corona Unita o da altre consorterie criminali del basso Salento. Quattro degli otto malviventi, come emerso dalle prime fasi dell’inchiesta coordinata dal pm Alessandro Prontera, dopo aver abbandonato il blindato della Battistolli e ingaggiato un conflitto a fuoco con i carabinieri, non si sono dileguati a caso, ma hanno invece percorso un itinerario ben preciso: hanno imboccato la strada per San Pietro Vernotico, attraversato il centro abitato di Squinzano e hanno tentato infine di nascondersi in prossimità della Lecce-Trepuzzi, una zona di campagne non distante dal campo sportivo “Panareo”. Una scelta, questa, che per la gip non è affatto casuale, ma rappresenta la conferma che il colpo – dal valore complessivo di quasi sei milioni di euro, poi non completamente asportati grazie all’attivazione del sistema di videosorveglianza e inchiostratura delle banconote – è stato reso possibile solo da una consolidata intesa criminale.
Perquisizioni in Capitanata e l’origine dell’esplosivo
Mentre i due fermati, assistiti dagli avvocati Andrea Castronovi e Matteo Ciociola, hanno scelto di rimanere in silenzio davanti al giudice durante l’udienza di convalida, rifiutandosi di rispondere a qualsiasi domanda e facendo così affidamento sulla linea del silenzio in attesa di valutare con i propri legali un eventuale ricorso al Tribunale del Riesame, le indagini proseguono serrate su più fronti. I riflettori degli investigatori, in queste ore, sono puntati in maniera particolare sulla provincia di Foggia. Nelle scorse ore, carabinieri dei comandi provinciali di Lecce e Taranto avrebbero effettuato una serie di perquisizioni a tappeto in Capitanata, concentrando le attenzioni investigative sulla zona di Manfredonia. I militari dell’Arma, secondo quanto ricostruito, avrebbero setacciato alcune cave situate nell’area sipontina, dalle quali si ritiene possa provenire l’esplosivo ad alto potenziale utilizzato per forzare il blindato e che ha permesso al commando di squarciare la carrozzeria del mezzo. Un filone investigativo delicato, questo, che mira a risalire ai canali di approvvigionamento del materiale esplodente, elemento questo che, unito al ritrovamento di armi da guerra – verosimilmente kalashnikov – e all’utilizzo di un inibitore di frequenze (jammer) per bloccare le comunicazioni, delinea la complessità dell’organizzazione criminale.
Le accuse e il silenzio degli indagati
Il quadro accusatorio che grava su Russo e Iannello, entrambi con precedenti penali alle spalle, è a dir poco imponente e configura reati che vanno dalla tentata rapina aggravata al tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso – per i colpi d’arma da fuoco esplosi contro la pattuglia dei carabinieri, uno dei quali ha centrato il parabrezza di un’auto di servizio – senza dimenticare l’associazione di stampo mafioso, il danneggiamento seguito da incendio, la ricettazione, la resistenza a pubblico ufficiale, le lesioni aggravate, l’estorsione e, non ultimo, il porto e la detenzione in concorso di armi da guerra, armi comuni e materiale esplodente. Durante l’interrogatorio di convalida, svoltosi presso la casa circondariale di Lecce, i due foggiani hanno scelto la strada del silenzio, una decisione processuale che lascia intendere la volontà di non collaborare e di prendere tempo, mentre gli inquirenti, incrociando i tabulati telefonici e analizzando i filmati dei sistemi di videosorveglianza, stringono il cerchio alla ricerca dei complici, quelle altre sei persone che sono riuscite a far perdere le proprie tracce, forse a bordo di un’Alfa Romeo Stelvio, facendo perdere le proprie tracce tra il Salento e la Capitanata.




