Alla Scala l’Otello senza cerone segna l’inizio dell’era Chung
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Milano si prepara a vivere una delle serate più attese dell’anno – quella del 7 dicembre – con un’inaugurazione di stagione che, almeno sulla carta, sembra voler rompere due tabù di lunga data.
mediaset
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Da un lato, il palcoscenico del Piermarini restituirà al pubblico un Otello privo di quel cerone nero che per decenni ha identificato il Moro verdiano (una pratica, quest’ultima, ormai ampiamente discussa anche in ambito internazionale, basti pensare alle scelte compiute da teatri come il Metropolitan di New York già a partire dal 2015); dall’altro, si chiude – o meglio, si apre – un passaggio di testimone al podio piuttosto raro nel mondo della lirica, dove un direttore musicale uscente, Riccardo Chailly, ha lasciato l’incarico senza quelle scorie di polemiche che troppo spesso accompagnano i tv2000 +3
Cambi di guardia nei teatri d’opera. È in questo clima di rinnovamento misurato che si inserisce la figura di Myung-Whun Chung, maestro sudcoreano di 73 anni che, dopo una frequentazione trentennale della Scala iniziata nel lontano 1989, diventa ufficialmente la nuova guida musicale della casa. connessiallopera +3
La decisione più discussa, come prevedibile, non riguarda però l’aspetto musicale in senso stretto, ma la messinscena voluta dal regista Damiano Michieletto. mediaset +3
Il tenore Brian Jagde (affiancato da Arsen Soghomonyan nel ruolo del titolo) non indosserà il trucco che storicamente serviva a caratterizzare il personaggio shakespeariano, una scelta che il sovrintendente Fortunato Ortombina ha giustificato con un’argomentazione che punta dritta al cuore del dramma verdiano. ilmessaggero +3
La forza di Otello, ha spiegato Ortombina durante la conferenza stampa di presentazione, trascende completamente il colore della pelle; una lettura, la sua, che si richiama esplicitamente al libretto di Arrigo Boito e alla partitura del compositore parmense, dove la gelosia, il tradimento e l’onore ferito contano molto più dell’etnia del protagonista.
“Sappiamo perfettamente di dover affrontare una sfida con la storia”, ha ammesso il sovrintendente, “ma non dobbiamo avere paura di rischiare. Se arriveranno i fischi, li prenderemo”. lastampa +3
I ricordi di un maestro fra energia e saggezza
Myung-Whun Chung, che durante la presentazione del cartellone 2026/27 (composto da ben 13 titoli d’opera e circa 95 recite totali) ha dimostrato un’ironia sottile e un understatement tutto orientale, ha raccontato il suo particolare rapporto con l’opera verdiana. “Ho diretto per la prima volta Otello 37 anni fa”, ha confessato il maestro, “e oggi mi chiedo cosa sia cambiato in me in questi decenni”. la7 +3
La risposta, in fondo, è una riflessione sull’età e sulle priorità artistiche: se all’epoca si chiedeva se non fosse “un po’ presto” per cimentarsi in una partitura così complessa, oggi, a 73 anni (esattamente l’età che aveva Verdi quando compose il capolavoro), teme di aver “perso energia”, pur riconoscendo di aver maturato un amore più profondo per l’Italia e per i suoi musicisti. sky +3
Chung, che tra i suoi impegni avrà anche la direzione di Macbeth e del concerto di Natale, ha scherzato sul suo legame con Milano, ammettendo di conoscere praticamente solo il tragitto che dall’albergo lo conduce al teatro. “Quello che so dell’italiano – ha rivelato con un sorriso – l’ho imparato nei ristoranti.
Cercherò di studiare meglio, e di visitare di più la città”. Una promessa, la sua, che sembra quasi voler suggellare un’intesa più umana oltre che professionale con la città meneghina. corriere +3
Un cartellone di sfide fra tradizione e nuove produzioni
Se l’Otello senza cerone rappresenta la punta più visibile dell’iceberg, il resto della programmazione scaligera sembra voler consolidare l’idea di un’istituzione che non ha paura di sporcarsi le mani con repertori inusuali, pur mantenendo un solido ancoraggio ai grandi classici.
Il cartellone, infatti, spazia dal Barocco alla musica contemporanea, annoverando tre titoli mai eseguiti prima a Milano e quattro debutti direttoriali e registici. operaclick +3
Tra gli appuntamenti di rilievo spicca il ritorno di John Adams con “Nixon in China”, un’opera che ormai non è più una rarità ma che conserva intatto il suo potere dirompente, oltre alla ripresa della storica “Bohème” disegnata da Franco Zeffirelli, uno spettacolo che – come ha ironizzato qualcuno – nemmeno l’INPS è riuscito a mandare in pensione. connessiallopera +3
Un cenno particolare merita anche il progetto di accessibilità accennato da Ortombina, il quale ha espresso il desiderio che, alla fine del suo mandato, non ci sia più un milanese che possa dire di non aver mai messo piede alla Scala; un’intenzione che passa attraverso un selettivo aumento dei prezzi in alcuni settori, il cui ricavato verrà reinvestito in sconti per il pubblico meno abbiente. connessiallopera +3
L’attenzione mediatica, tuttavia, rimane concentrata sul gesto simbolico del 7 dicembre. Eliminare il “blackface” – una pratica che affonda le radici in stereotipi razziali ormai inaccettabili sulle scene contemporanee – non è una novità assoluta per i teatri internazionali (il riferimento al Met del 2015 è, in questo senso, calzante), ma per la Scala, tempio della tradizione operistica italiana, rappresenta un punto di svolta. corriere +3
Alcune voci critiche, prevedibilmente, hanno parlato di cedimento al “politicamente corretto”, dimenticando forse che il personaggio verdiano, quando venne rappresentato a Firenze nell’Ottocento, fu già “decolorato” per evitare che il pubblico femminile si innamorasse di un “mostro”.
Al di là delle polemiche (che, a sentire Ortombina, sono preventivate e accettate), il dato oggettivo è che la direzione di Chung, e la regia di Michieletto, puntano a restituire verità psicologica a un uomo distrutto dai dubbi, più che a un’icona esotica. ilgiorno +3
Brian Jagde, Luca Salsi (nel ruolo del perfido Jago) ed Eleonora Buratto (Desdemona) saranno i volti – bianchi, e quindi, secondo il teatro, universalmente umani – di questo nuovo corso. La sfida più grande, come ha ribadito Ortombina, non è tanto il colore della pelle, quanto il lavoro quotidiano delle prove, quella “fatica” che trasforma una semplice recita in un evento capace di crescere nel tempo. mediaset +3
Resta solo da vedere se il pubblico della Prima, storicamente esigente e a tratti spietato, confermerà con il proprio plauso l’azzeramento di questo secolo di tradizione pittorica sul volto del Moro. connessiallopera +3




