Esplosione a Mosca uccide un generale, mentre proseguono gli attacchi nel cuore della Russia
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Redazione Esteri
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Nella periferia meridionale di Mosca, alle prime luci dell'alba, un'autobomba magnetica ha stroncato la vita del generale Fanil Sarvarov, un alto ufficiale a capo di una direzione cruciale per l'addestramento operativo dello stato maggiore dell'esercito russo. L'esplosione, che ha investito il fuoristrada bianco sul quale il militare si stava muovendo, provocandone ferite gravissime alle gambe e al volto, rappresenta l'ultimo di una serie di attentati nel territorio della Federazione che hanno colpito, in questi mesi, figure legate all'apparato di sicurezza e alla propaganda di guerra. Sarvarov, la cui auto è stata fatta saltare in aria con una tecnica che ricorda da vicino operazioni di intelligence, è deceduto poco dopo il ricovero in ospedale, mentre le indagini delle autorità russe si sono attivate immediatamente, anche se senza fornire, al momento, dichiarazioni ufficiali su eventuali responsabili.
Un modus operandi che si ripete
L'episodio, per la sua natura e il suo obiettivo, riporta alla memoria altri fatti di cronaca nera accaduti a Mosca e non solo, a partire dalla tragica morte della figlia dell'ideologo Aleksandr Dugin, anch'ella vittima di un'autobomba. Quella di ieri mattina non è stata, del resto, l'unica esplosione registrata nella capitale: nella notte, infatti, due agenti della polizia stradale sono rimasti uccisi mentre tentavano di arrestare un sospetto all'interno di un veicolo, fatto esplodere, secondo la ricostruzione del Comitato investigativo, nel corso dell'operazione. Se ne trae, inevitabilmente, l'immagine di un Paese dove la violenza del conflitto in corso, sebbene geograficamente distante, torna a riverberarsi con drammatica forza nelle sue città principali, seminando morte tra i ranghi delle forze armate e degli apparati di sicurezza.
Il contesto internazionale e le reazioni
In un quadro di questo genere, mentre il presidente americano Donald Trump si insedia nuovamente alla Casa Bianca, le dichiarazioni di Volodymyr Zelensky appaiono come un tentativo di riportare l'attenzione sulla diplomazia. Il leader ucraino, definendosi ottimista, ha parlato di un piano di pace "pronto anche se imperfetto", senza però aggiungere dettagli operativi che possano far intravedere una reale apertura negoziale. Da parte sua, il Cremlino ha ribadito, come già fatto in passato, di non avere intenzioni aggressive verso i Paesi dell'Unione Europea e della Nato, un messaggio che suona come volto a circoscrivere le possibili escalation del confronto. Sul fronte religioso, invece, il Papa ha espresso pubblicamente la sua tristezza per il mancato rispetto, da parte russa, della tregua di Natale da lui invocata, rilanciando un accorato appello per una giornata di pace in occasione delle festività.
Le ombre delle inchieste e il clima di sospetto
Sullo sfondo, restano i sospetti non dichiarati ufficialmente ma ampiamente circolanti nei media russi, i quali puntano il dito verso i servizi di sicurezza ucraini per l'eliminazione del generale Sarvarov. Una pista, questa, che se confermata segnerebbe un ulteriore, pericoloso innalzamento del livello dello scontro clandestino, portando la guerra ben oltre le trincee del Donbass. Nel contempo, la macchina giudiziaria russa continua a muoversi su binari paralleli, come dimostra il mandato di arresto in contumacia emesso nei confronti dello scacchista e attivista Garry Kasparov, in un intreccio sempre più fitto tra azioni militari, repressione del dissenso e operazioni sotto copertura che rendono il panorama attuale particolarmente instabile e carico di minacce.




