Valve sotto accusa a Londra, via libera alla class action da 756 milioni

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Un giudice del Competition Appeal Tribunal britannico ha aperto la strada a un contenzioso di dimensioni storiche, autorizzando il procedere di una causa collettiva da 756 milioni di euro contro Valve ration, l’azienda che gestisce la piattaforma Steam. L’azione legale, il cui iter è stato avviato formalmente lo scorso anno dall’attivista per i diritti digitali Vicki Shotbolt a nome di potenziali milioni di utenti, accusa la compagnia di aver imposto pratiche commerciali anti-competitive, distorcendo il mercato del Regno Unito e causando un danno finanziario ai consumatori. La decisione del tribunale, arrivata dopo un’attenta valutazione preliminare, non esprime un giudizio sul merito delle accuse ma stabilisce che il caso è ammissibile e dovrà essere esaminato in tutte le sue parti, un passaggio che di per sé segna una svolta significativa nell’ambito del diritto antitrust applicato all’economia digitale.

Le accuse al modello di business di Steam

Al centro della controversia giudiziaria, che potrebbe avere ripercussioni ben oltre i confini nazionali, vi è l’insieme di regole contrattuali che Valve applica agli editori di videogiochi sulla sua piattaforma. La società, che detiene una posizione dominante nel mercato della distribuzione digitale, viene contestata per le cosiddette “clausole di parità di prezzo”, le quali – secondo la ricostruzione degli attori della class action – impedirebbero di fatto agli sviluppatori di offrire i propri titoli a condizioni più vantaggiose su store concorrenti. Questo meccanismo, denunciano i querelanti, soffocherebbe la concorrenza e priverebbe i giocatori della possibilità di beneficiare di prezzi più bassi altrove. A ciò si aggiunge un secondo capo d’accusa, legato all’obbligo per i consumatori di acquistare direttamente su Steam gli eventuali contenuti aggiuntivi per i giochi posseduti, anche se questi ultimi erano stati comprati su altre piattaforme, creando quello che è stato definito un “lock-in” artificiale e amplificando ulteriormente la posizione di forza della società.

Il potenziale impatto sul mercato e sui consumatori

Se le argomentazioni della parte attrice dovessero trovare conferma in sede processuale, la portata del risarcimento – stimato attorno alle 656 milioni di sterline – rifletterebbe l’entità del presunto sovrapprezzo che, nell’arco di quasi un decennio, sarebbe stato pagato da una fetta consistente dei circa quattordici milioni di giocatori britannici. La vicenda, che non ha precedenti per dimensioni nel settore videoludico nel Regno Unito, solleva interrogativi di ampio respiro sulla regolamentazione delle piattaforme digitali, le cui condizioni di servizio, spesso uniformi a livello globale, vengono oggi sottoposte al vaglio di giurisdizioni nazionali pronte a valutarne la conformità alle leggi locali sulla concorrenza. Procedimenti paralleli, del resto, sono già in corso in altre parti del mondo, a dimostrazione di una crescente attenzione delle autorità verso le dinamiche di potere nell’economia dei contenuti digitali.

Il percorso giudiziario che attende Valve

La società di Bellevue, che non ha mai ammesso alcuna violazione e ha sempre difeso il proprio operato come lecito e volto a garantire un ecosistema stabile per sviluppatori e giocatori, si trova ora a dover preparare una difesa articolata in un foro, quello britannico, noto per la severità delle sue norme antitrust. Il caso, il cui svolgimento sarà presumibilmente lungo e tecnico, richiederà un’analisi minuziosa delle clausole contrattuali, delle dinamiche di mercato e del reale impatto delle politiche di Steam sui prezzi finali. Indipendentemente dall’esito, la mera ammissibilità della class action rappresenta già un punto di riferimento, offrendo uno strumento legale collettivo a milioni di consumatori che, individualmente, non avrebbero mai potuto sostenere i costi di un’azione giudiziaria contro un colosso tecnologico.

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