La portaerei Ford verso i 300 giorni di mare mentre la logistica inciampa nella guerra in Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’interminabile permanenza in mare della portaerei USS Gerald R. Ford, costata tredici miliardi di dollari e considerata il fiore all’occhiello della tecnologia bellica a propulsione nucleare, si appresta a varcare la soglia psicologica dei trecento giorni di operatività continuativa; un risultato, questo, che nessuna unità della Marina statunitense riusciva a raggiungere dalla sporca guerra del Vietnam. Mentre il colosso d’acciaio, lungo come tre campi da calcio e largo settantotto metri nel punto massimo del ponte di volo, continua a solcare le acque del Medio Oriente a oltre trenta nodi di velocità (equivalenti a quasi cinquantasei chilometri orari, un paradosso ingegneristico per le centomila tonnellate di stazza), il quadro che emerge dalle retrovie è drammaticamente diverso rispetto alla potenza di fuoco ostentata.

Il nuovo primato, certificato dalle testate specializzate come "Stars and Stripes" che hanno conteggiato duecentonovantasei giorni di navigazione, celebra sì la resilienza della nave, ma getta un’ombra lunga sulle condizioni in cui navigano i marinai. Per la Ford, che ha già dovuto fare i conti con un grave incendio nella lavanderia a marzo e con problemi cronici ai sistemi igienici (tanto che un video diffuso a febbraio mostrava liquami scorrazzare liberi per i corridoi), il rientro nel Mar Rosso non è stato trionfale. L’attraversamento del Canale di Suez, avvenuto sotto la giurisdizione del Comando Centrale, sembra più un atto dovuto che una scelta strategica: la nave rimarrà in zona in attesa della sostituta, la USS George H.W. Bush, costretta a un’odissea intorno al Capo di Buona Speranza per eludere le minacce missilistiche.

Carote bollite e fame occulta: il crollo del morale sulla Lincoln

Se la Ford resiste per record, è sulla gemella USS Abraham Lincoln che la crisi logistica diventa cronaca nera a cielo aperto. Le testimonianze raccolte dai familiari, e pubblicate da fonti come il "Military Watch Magazine" e "USA Today", descrivono un quadro da accampamento assediato piuttosto che da superpotenza globale. L’immagine che arriva dalle cucine della Lincoln ritrae un vassoio di plastica con una misera porzione di carote bollite accanto a un hamburger secco e a una lastra grigia di carne processata; un pasto che, per chi è abituato alla superiorità logistica americana, rappresenta un’umiliazione tattile.

Il problema non è solo qualitativo, ma quantitativo. I marinai riferiscono di riduzioni drastiche delle porzioni e, nei casi più estremi, di turni in cui ci si alza da tavola ancora affamati. La causa principale di questo collasso ristorativo va ricercata nell’interruzione del servizio postale militare, un flusso vitale che permetteva alle famiglie di integrare i viveri con biscotti, deodoranti e calze di lana. A causa della guerra in Iran e della conseguente chiusura degli spazi aerei e delle rotte sicure, quelle "care package" tanto attese non arrivano più. A bordo della USS Tripoli, un’altra unità impiegata nel blocco navale, la situazione non è diversa: un padre ha mostrato la foto del pranzo della figlia, un piattino riempito per due terzi dal vuoto con un cucchiaio di carne sminuzzata e una misera tortilla.

L’assedio invisibile di Hormuz e la fine del benessere logistico

La tensione si respira anche a livello macroeconomico e strategico, un fattore che inevitabilmente ripercuote i suoi effetti sui vettori militari. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato un poligono di tiro. Le principali compagnie di navigazione commerciale hanno sospeso i transiti, imponendo sovrapprezzi per "rischio guerra" che arrivano a migliaia di dollari per container, mentre gli assicuratori rivedono al rialzo le polizze. Sebbene la marina da guerra scorti i propri convogli, la congestione e la deviazione delle rotte commerciali hanno creato un collo di bottiglia logistico che ha prosciugato le riserve delle navi da guerra, costrette a stazionare molto più a lungo del previsto senza la possibilità di un rifornimento rapido e di qualità.

Non si tratta di semplice scarsità di calorie, ma di un deterioramento delle condizioni di vita che mina il morale dell’equipaggio. I "marinai affamati" rappresentano una falla nel mito dell’invincibilità americana: per decenni, la capacità di nutrire abbondantemente le truppe è stata considerata un vantaggio competitivo decisivo. Oggi, con il presidente Trump alla Casa Bianca ormai da oltre un anno e la guerra in corso che non accenna a una soluzione rapida, le navi si trasformano in trappole d’acciaio dove l’igiene è precaria e il rancio è razionato. Un veterano dei Marines, padre di una giovane in servizio, ha riassunto il sentimento collettivo con una frase amara, notando come la superiorità sui "cattivi" fosse sempre stata garantita dal cibo, e che ora anche quella certezza è venuta meno.

L’incubo della posta e il ritorno della Ford

Mentre la Ford festeggia (se così si può dire) il record di longevità in mare, l’incubo delle comunicazioni e dei rifornimenti si fa sempre più concreto. Le immagini degli zainetti postali accatastati nei magazzini di smistamento, bloccati da ordinanze che definiscono trentasette codici postali militari come "non sicuri", sono la metafora perfetta di una guerra che si trascina oltre ogni previsione. I genitori spendono migliaia di dollari in pacchi che non arrivano mai, e i figli raccontano al telefono di dover dividere una barretta energetica in quattro.

La decisione di rispedire la Gerald Ford nel Mar Rosso, accolta con sorpresa dagli analisti dopo l’incendio che aveva tenuto la nave ferma a Creta, dimostra la carenza cronica di risorse in zona. Non ci sono sostituti pronti, e quelle poche navi disponibili vengono spremute fino all’osso. L’assenza di un contrappeso logistico efficace, in un’area dove ogni miglio di mare è potenzialmente minato, sta trasformando la potenza di fuoco in una mera esercizio di sopravvivenza. Il lusso della tecnologia (dai reattori nucleari ai sistemi di lancio elettromagnetici) si scontra brutalmente con la banalità della fame e dei vestiti sporchi, rivelando come, anche per la Marina più costosa del mondo, la guerra sia ancora fatta di pane e acqua.

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