Il dolore e la rabbia dei figli di Andrea Purgatori: «Nessuno ha mai chiesto scusa, papà non aveva in programma di morire»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   «Non abbiamo potuto congedarci da nostro padre che, va detto, non aveva in programma di morire». La frase, che racchiude l'insopprimibile senso di ingiustizia che ancora oggi pervade la famiglia, è di Edoardo Purgatori, il primogenito. Insieme ai fratelli Ludovico e Victoria, ha scelto di tornare a parlare attraverso le pagine del Corriere della Sera, a tre anni esatti dalla scomparsa del padre Andrea, per tracciare un bilancio di una battaglia legale e umana che non accenna a placarsi.

Il giornalista, icona dell'inchiesta giornalistica italiana, si è spento il 19 luglio di tre anni fa all'età di settant'anni, vittima di un'endocardite che una serie di errori medici, secondo l'accusa, avrebbe reso possibile diagnosticare e curare tempestivamente, gettando la sua morte nell'ombra di un presunto caso di malasanità.

L'eredità di un padre "superuomo" e il peso delle inchieste

Oltre al dolore per la perdita, i figli di Andrea Purgatori custodiscono la complessa eredità di un uomo che ha fatto del giornalismo e della ricerca della verità una ragione di vita, un mestiere che, come raccontano, ha plasmato anche il loro destino. Tutti e tre, del resto, oggi lavorano nel mondo del cinema, ereditando quella passione che il padre aveva coltivato fin dall'infanzia, influenzato dal nonno Mirko, distributore di film d'antan.

«Da piccolo poteva anche sembrarmi un 'superuomo'», confessa Edoardo, riflettendo sul carattere di un padre che non condivideva dubbi e sconfitte, e che pagava la dedizione assoluta al lavoro con un'assenza fisica che lui stesso, ora genitore, riconosce come "non sana". «Da grande, essendo padre a mia volta, dico che non è sano», aggiunge, rievocando i lunghi periodi passati per strada, lontano dalla famiglia.

Il peso di quell'eredità, fatta di impegno civile e rigore intellettuale, è diventato tangibile per Edoardo durante l'adolescenza, quando vide al cinema "Il muro di gomma", il film di Marco Risi che il padre firmò come sceneggiatore, e che raccontava la strage di Ustica. «Capii, allora, molto del suo carattere», ricorda, riferendosi a quell'inchiesta che ha segnato la vita professionale di Purgatori, e che i figli hanno ereditato come un testamento morale.

Ludovico, poi, svela l'ultimo progetto del padre, un sogno rimasto incompiuto: un docufilm a puntate su Ustica per Netflix, la dimostrazione che la sua instancabile energia non si era mai esaurita, neppure nelle ultime, difficili settimane.

Errori e rimozioni: la rabbia per le omissioni

La battaglia giudiziaria, che ha portato al rinvio a giudizio di quattro medici per omicidio colposo, è alimentata da una rabbia fredda e da un dolore che non si attenua, acuito dal silenzio delle parti coinvolte. «Riuscimmo ad avere informazioni corrette sulla salute di nostro padre solo poco prima che morisse», denuncia Edoardo, sottolineando come i medici continuassero a insistere sulla presenza di metastasi cerebrali, in realtà mai esistite, mentre si trascuravano i segni evidenti di ischemie cerebrali e dell'endocardite che si rivelò fatale.

La perizia medico-legale, citata dai figli, parla di una "catastrofica sequela di errori" e di un approccio terapeutico che, invece di curare, ha portato a una «inutile e debilitante terapia» e a un tragico «sviamento nell'approccio diagnostico».

La sensazione di essere stati abbandonati è aggravata dall'atteggiamento delle strutture private cui il giornalista si era affidato, la clinica Pio XI e Villa Margherita, che, secondo i familiari, dopo gli errori commessi «hanno provato a defilarsi». «Nessuno ci ha mai chiesto scusa assumendosi le sue responsabilità», è l'accusa di Ludovico, che invita a guardare con fiducia alla sanità pubblica, contrapponendola a un'esperienza privata segnata da omissioni e mancanza di trasparenza.

La delusione per l'assenza di un gesto di assunzione di responsabilità si accompagna, così, alla determinazione di portare avanti la battaglia legale, «confidando nella legge e nelle autorità che ci hanno portato fin qui», come dicono i tre fratelli, convinti di proseguire sulla strada della verità che il padre aveva sempre percorso.

«Aveva sempre fretta»: il ritratto intimo di un uomo in corsa

Dietro la figura del giornalista integerrimo e del padre assente, i figli restituiscono un'immagine più intima e sfaccettata di Andrea Purgatori, un uomo consumato da una fretta che, racconta Ludovico, lo portava a «indispettirsi per telefonate più lunghe di ventinove secondi». Un'irrequietezza che Edoardo spiega con il bisogno di «stare a contatto con la gente, di avere il polso del mondo», ma che spesso si traduceva in una presenza solo fisica, con la mente sempre altrove, al lavoro.

Un uomo che amava il cinema e le storie di giustizia e coraggio, da "Tutti gli uomini del presidente" a "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto", e che, come ricorda Victoria, seppe insegnare ai figli il valore delle parole, considerate «un'arma fenomenale».

Non mancano aneddoti che ne tratteggiano il carattere battagliero e a tratti spigoloso, come quello raccontato da Ludovico, relativo a una maratona elettorale negli Stati Uniti. A fronte di tramezzini giudicati pessimi offerti dalla redazione, Purgatori ne fece imbustare uno con un biglietto per il direttore, un gesto di sfida che gli costò l'agendina aziendale ma che, in fondo, ne sintetizza l'indole ribelle.

Un uomo, insomma, che non si piegava alle convenienze, e che seppe guadagnarsi il rispetto di una redazione molto più anziana di lui quando, a soli trentadue anni, divenne capo della cronaca di Roma al Corriere della Sera. Un'eredità complessa, fatta di rigore professionale e di una umanità a tratti fragile, che i figli custodiscono e difendono con la stessa caparbietà che lui aveva messo nelle sue inchieste.

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