Manifattura, l’Italia corre più di Spagna, Francia e Germania: ai massimi da quattro anni
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Redazione Economia
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Nel panorama industriale europeo, segnato da frenate e inversioni di tendenza, il comparto manifatturiero italiano continua a macinare record, issandosi, grazie a un maggio da dimenticare per molti vicini, al vertice del continente. L’indice Pmi elaborato da S&P Global ha infatti raggiunto quota 52,9 punti, un dato che, superando ampiamente il consensus degli analisti (fermo a 51,9), rappresenta il picco più alto registrato dal nostro Paese da aprile 2022.
Si tratta, questo va sottolineato per comprendere la portata del fenomeno, del quarto mese consecutivo di espansione per un sistema che, reduce dalle frizioni post-pandemia e dallo shock energetico del biennio precedente, sembra aver ritrovato una marcia in più, quella stessa marcia che mancava esattamente da quattro anni.
Il sorpasso italiano nel cuore dell’Europa che arranca
Se volgiamo lo sguardo oltre confine, il trionfo nazionale diventa ancora più eclatante. Mentre la Germania, tradizionalmente la locomotiva d’Europa, vede il suo indice scivolare a 50,1 (sostanzialmente ferma sull’orlo della recessione tecnica per il settore), la Francia è precipitata ben al di sotto della soglia di guardia, fermandosi a 49 punti, e l’intera Eurozona, attestandosi a 51,6, mostra segni di perdita di slancio.
Un confronto impietoso che consegna all’Italia un primato inatteso, alimentato però da una domanda che cresce su basi non solidissime: l’incremento dei nuovi ordini, sebbene ai massimi da sei mesi con un indice a 51,2, sembra trainato principalmente dalla necessità dei clienti di accumulare scorte di sicurezza per proteggersi da future tensioni nelle catene di approvvigionamento.
Pressioni sui costi e la strategia delle scorte
A complicare il quadro, come ha avuto modo di spiegare Eleanor Dennison, economista di S&P Global Market Intelligence, c’è il peso crescente del conflitto in Medio Oriente, che si traduce in allungamenti dei tempi di consegna e, soprattutto, in una fiammata dei prezzi delle materie prime e dell’energia. L’inflazione dei costi di produzione ha raggiunto quota 76,5 punti, il livello più alto dal maggio 2022, costringendo le aziende a trasferire parte di questi rincari sui listini finali con una rapidità che non si vedeva da tre anni e mezzo.
Le imprese italiane, per mitigare il rischio di arresti produttivi, stanno incrementando gli acquisti di componenti, una scelta che gonfia i volumi attuali ma che nasconde il timore che, una volta completato il magazzino, quella stessa domanda possa improvvisamente evaporare, rendendo l’attuale fase di espansione insostenibile nel lungo periodo.
Il nodo energia e la resilienza strutturale
L’economia italiana, messa alla prova dall’inflazione che ha superato la linea di guardia del 3% e da scenari commerciali incerti, trova nella manifattura una certezza che altre filiere europehe faticano a mantenere. La capacità di reazione del sistema-Paese, in questo frangente, sorregge la produzione industriale e la fiducia degli imprenditori nonostante i bond subiscano l’assedio delle congiunture internazionali.
Se l’indice Pmi grezzo segnala una crescita robusta, il dettaglio dei sottoindici rivela una realtà sfaccettata: l’occupazione rallenta e gli arretrati aumentano per la prima volta in quattro anni, segno che, a dispetto delle difficoltà logistiche, i macchinari tornano a funzionare a pieno ritmo per smaltire un carico di lavoro che, complice l’effetto accumulo, era assente dai tempi immediatamente successivi alla pandemia.




