Alcaraz, lo stop prolungato e il paragone con l’infortunio di Nadal: niente Roma né Parigi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Il forfait annunciato da Carlos Alcaraz, che non prenderà parte né agli Internazionali d’Italia né al Roland Garros, ha scoperchiato un vaso di Pandora fatto di dubbi clinici e parallelismi storici nel panorama tennistico iberico. Dopo essersi ritirato dall’ATP 500 di Barcellona – e avere così rinunciato al Masters 1000 di Madrid, attualmente in corso sulla terra battuta della Caja Magica – il numero due del mondo ha dovuto mettere da parte ogni residua speranza di difendere i 3000 punti in palio tra il Foro Italico e lo Slam parigino, optando per un riposo forzato che solleva inevitabili paragoni con i tanti stop fisici che hanno segnato la carriera di Rafael Nadal. Non si tratta, in questo caso specifico, di un banale affaticamento muscolare, quanto piuttosto di una tenosinovite: un’infiammazione acuta della guaina tendinea del polso, un nemico subdolo che la storia recente del tennis conosce fin troppo bene.
La tenosinovite e il precedente illustre che spaventa la Spagna
In Spagna, a preoccupare non è soltanto l’assenza immediata del fuoriclasse di Murcia, ma la natura stessa dell’infortunio e la sua gestione. La tenosinovite, vale a dire quel processo infiammatorio che rallenta i movimenti e impedisce la giusta presa sull’attrezzo, è stata spesso una pietra d’inciampo per grandissimi campioni; basti pensare ai calvari vissuti da Juan Martín del Potro o Dominic Thiem, le cui carriere sono state pesantemente condizionate da problemi analoghi al polso. Ed è proprio qui che emerge il riferimento a Rafael Nadal, non certo per la medesima diagnosi – visto che il maiorchino ha sofferto più di altri per i problemi cronici al ginocchio e al piede – ma per la filosofia con cui si è sempre affrontato il recupero. I media spagnoli ricordano come Nadal abbia spesso saltato intere porzioni di stagione sulla terra pur di preservare la longevità agonistica; un approccio conservativo che oggi sembra aver contagiato l’entourage di Alcaraz, deciso a non forzare i tempi per evitare una ricaduta che potrebbe trasformarsi in un calvario tecnico e mentale.
L’obiettivo slitta sul verde dei campi inglesi
Se da un lato la rinuncia a Roma e Parigi era nell’aria – dopo il ritiro a Barcellona e l’assenza a Madrid – dall’altro la tempistica del rientro rimane ancora avvolta nella nebbia, sebbene circolino con insistenza indicazioni sul blocco totale di circa due mesi. Fonti vicine alla preparazione dello spagnolo suggeriscono che l’obiettivo dichiarato sia rientrare proprio in occasione del torneo del Queen’s, storica tappa di avvicinamento a Wimbledon che si disputa sull’erba; una superficie, quest’ultima, che potrebbe garantire un minor impatto articolare rispetto ai violenti scambi sulla terra. Non si esclude, in realtà, nemmeno l’ipotesi di un rientro più tardivo, magari direttamente sul cemento americano, a dimostrazione di come il polso sia un delicato meccanismo da non sovraccaricare. Lo stesso tennista, nel comunicare la decisione via social, ha parlato di un momento complicato, ma ha voluto trasmettere un cauto ottimismo riguardo la possibilità di tornare più forte di prima, un mantra che in questi casi funge più da promessa che da certezza scientifica.
Le reazioni nel circuito e il peso della classifica
Nel circuito, la notizia ha suscitato reazioni a caldo tra i colleghi, come testimoniato dalle parole del francese Arthur Fils, che dopo il successo al debutto nel Masters di Madrid non ha nascosto un certo rammarico definendo la situazione “una brutta notizia” e sottolineando il lato umano del rapporto con Alcaraz oltre quello agonistico. Tuttavia, al di là dei sentimenti, i conti in tasca al ranking sono spietati: perdere i 2000 punti del Roland Garros e i 1000 degli Internazionali d’Italia farà sprofondare lo spagnolo in classifica, vanificando di fatto la caccia al numero uno per la parte centrale della stagione. Un salasso numerico che, in altri contesti, avrebbe spinto un atleta a rischiare pur di scendere in campo; ma l’attenzione qui è tutta focalizzata sulla sostenibilità fisica a lungo termine, lasciando che gli aspetti burocratici della classifica passino in secondo piano rispetto all’urgenza di rivedere Carlos impugnare la racchetta senza dolore. Per ora, in Spagna, si incrociano le dita e si guarda al calendario sull’erba, sperando che l’operazione “cautela” paghi dividendi in termini di salute, l’unico titolo che conta quando si ha ancora un’intera carriera davanti.




