Pietro Castellitto e il paradosso di «Serpenti»: un femminicidio che nessuno vuole ascoltare
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
All'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, tra i titoli che hanno suscitato maggiore interesse e dibattito, spicca «Serpenti», il nuovo film di Roberto De Paolis Maino, scritto con i fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo.
Presentato nella sezione Venezia Spotlight e destinato a uscire nelle sale italiane il 10 settembre, il film è una commedia nera che parte da un presupposto tanto drammatico quanto paradossale: un uomo, Paolo Marra, interpretato da Leonardo Lidi, si presenta in un commissariato per confessare l'omicidio della moglie, ma nessuno, né il poliziotto di turno né l'avvocato d'ufficio, sembra voler prendere sul serio la sua ammissione di colpa.
Come recita la citazione di Ennio Flaiano che apre il film, «la situazione è grave ma non è seria», e questa frase riassume perfettamente lo spirito di un'opera che usa il grottesco per interrogare la coscienza dello spettatore sulla responsabilità individuale e collettiva.
Il paradosso del femminicidio e l'indifferenza della società
Il cuore narrativo di «Serpenti» risiede in questa inversione di prospettiva: il protagonista, oppresso dal senso di colpa, vuole espiare la sua pena e si scontra con un sistema burocratico e umano che cerca in tutti i modi di minimizzare quanto accaduto, spingendolo addirittura a non confessare. Pietro Castellitto, che nel film interpreta un avvocato cinico e pragmatico, ha spiegato il meccanismo paradossale della pellicola, sottolineando come la società sia abituata all'ipocrisia opposta.
«Siamo abituati al silenzio prima e poi a scendere in piazza dopo che il delitto avviene», ha dichiarato l'attore, «qui invece il protagonista fa i conti con la reticenza e con il silenzio dopo, quando ha deciso di costituirsi e nessuno fa nulla». Il commissariato, come ha evidenziato il regista, diventa così una rappresentazione in miniatura della società, un luogo dove la responsabilità di un crimine atroce viene rimossa, quasi come se il vero problema non fosse l'atto violento, ma il fastidio che la sua confessione provoca nelle coscienze altrui.
Un cast corale per una satira sociale amara
Il cast di «Serpenti» è uno dei punti di forza del film, capace di dare corpo e voce a questa allegoria della coscienza.
Accanto a Leonardo Lidi, che interpreta il tormentato Paolo Marra, troviamo Alessandro Borghi nei panni di un poliziotto distratto e oppresso dal mal di testa, che sembra più interessato alle procedure burocratiche che alla gravità del delitto; Valeria Golino è una cartomante che offre al protagonista una soluzione ancora più grottesca e paradossale; e Pietro Castellitto, appunto, è l'avvocato «cialtrone» che prova a convincere l'uomo a liberarsi del senso di colpa per evitare il carcere.
Castellitto ha definito il suo personaggio come «un avvocato simpatico, accudente, di quelli che ti fanno sentire a tuo agio. Ma con una deriva da cialtrone autistico», capace di instillare il dubbio nell'assassino, quasi a voler ribaltare la percezione del bene e del male. Un ribaltamento che, come ha notato lo stesso attore, è tipico di una grande intelligenza narrativa, citando lo scrittore Scott Fitzgerald: «la capacità di una grande intelligenza è quella di riuscire a tenere dentro la propria testa due pensieri contrapposti allo stesso tempo».
Il grottesco come specchio del reale
Nonostante la materia trattata sia estremamente seria, il film sceglie volutamente la via del grottesco e dell'ironia. Il regista Roberto De Paolis Maino ha tenuto a precisare che non c'era l'intenzione di fare satira sociale fine a se stessa, ma di raccontare una storia del reale, partendo dal presupposto che la realtà stessa è grottesca e assurda.
«Per fare un film del reale oggi bisogna buttare un occhio a quanto la realtà sia grottesca», ha spiegato De Paolis Maino, «quel cinema del reale di prima è diventato troppo poetico rispetto a una realtà che ormai sta collassando verso una farsa». I fratelli D'Innocenzo, che hanno scritto la prima stesura della sceneggiatura dieci anni fa, hanno rivendicato la parte comica come una strategia per avvicinarsi empaticamente a personaggi che di solito si condannano, preferendo ridere dei loro errori perché, in fondo, sono anche i nostri.
Alessandro Borghi ha spiegato l'efficacia di questo meccanismo: «Ridi per tutto il film, e poi negli ultimi dieci minuti capisci che non c'è niente da ridere. Ti fa quasi sentire colpevole di aver riso».
Un cinema che interroga le ipocrisie contemporanee
Valeria Golino, unica donna del cast, ha colto l'occasione per definire il film come un esempio di un nuovo cinema italiano capace di interessarsi al sociale in modo non sociologico. In un'epoca in cui si tende a dire che non si può più fare satira, «Serpenti» rappresenta un'eccezione coraggiosa, un'opera che parte dalla risata per arrivare a una vertigine morale.
Pietro Castellitto, dal canto suo, ha esteso questo discorso a una visione più ampia, dichiarando di dubitare costantemente di tutto ciò che è dominante: «Dubito dei valori dominanti, delle ipocrisie dominanti, del senso del bello dominante, del senso del bene dominante, del senso delle battaglie sociali dominanti. Dubitare ti aiuta ad avere una visione personale della vita».
Il film, con la sua sceneggiatura serrata e i dialoghi fuori dagli schemi, si presenta come un'opera che usa il paradosso del femminicidio per parlare della difficoltà di essere ascoltati e della tendenza collettiva alla rimozione, lasciando lo spettatore con un interrogativo scomodo sulla propria capacità di giudizio e sulla reale attenzione riservata alla violenza di genere.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
