A Knight of the Seven Kingdoms, la serie "povera" della HBO che trasforma i limiti in stile
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è una lezione antica, nel mondo del cinema e della televisione, che ogni tanto qualcuno riscopre con profitto: è quando le risorse scarseggiano che l’ingegno è costretto ad accendersi. Lo sa bene il team di A Knight of the Seven Kingdoms, lo spin-off de Il Trono di Spade che, con un budget drasticamente inferiore a quello delle serie precedenti, sta dimostrando come l’assenza di mezzi stratosferici possa paradossalmente diventare un vantaggio narrativo. Se Game of Thrones e House of the Dragon hanno abituato il pubblico a scenari di battaglia gremiti di comparse e a effetti digitali colossali per ricreare draghi e eserciti, questa nuova produzione ha dovuto per forza di cose battere altri sentieri. E il risultato, a giudicare dall’episodio andato in onda di recente, il quinto della stagione intitolato “In the Name of the Mother”, non solo regge il confronto, ma si candida a essere uno dei capitoli più riusciti e memorabili dell’intero franchise.
Il nodo cruciale, per la produzione, era rappresentato dalla messa in scena del tanto atteso Giudizio dei Sette, il duello giudiziario tra Ser Duncan l’Alto e il principe Aerion Targaryen. Nelle intenzioni degli autori, doveva essere il momento clou, lo scontro che avrebbe tenuto gli spettatori incollati allo schermo. Eppure, la sequenza d’azione, se paragonata agli standard iper-realistici e sanguinari delle battaglie viste in passato, rischiava di apparire ridimensionata proprio per via del budget ridotto – stando alle dichiarazioni dei produttori, meno di dieci milioni di dollari a episodio, una cifra che è la metà o anche un terzo di quella spesa per le serie madri. È qui che è entrata in gioco l’intelligenza degli autori, i quali hanno trasformato un limite oggettivo in una scelta stilistica coraggiosa e coerente.
Il velo della nebbia, una necessità produttiva che diventa cifra estetica
Non si può nascondere l’assenza di migliaia di comparse se non si ha la possibilità di pagarle. Lo ha raccontato senza troppi giri di parole il creatore della serie, Ira Parker, spiegando come il team abbia dovuto correre ai ripari. La soluzione, però, è arrivata direttamente dalle pagine del romanzo breve di George R.R. Martin, “Il cavaliere errante”, in cui si descrive una fitta nebbia calare sul campo di torneo. Quella coltre biancastra, menzionata nel libro, è diventata sullo schermo la chiave di volta per risolvere il problema produttivo. Se non ci sono i soldi per mostrare una folla oceanica che assiste al combattimento – una folla che nella logica della storia dovrebbe esserci – la si nasconde, la si avvolge nel vapore, si costringe lo spettatore a concentrarsi esclusivamente sull’azione che conta, su quei corpi che si affrontano nel fango e nel sangue, isolati dal resto del mondo.
Il risultato, lungi dall’essere un difetto, regala al Giudizio dei Sette un’atmosfera claustrofobica e brutale che difficilmente si sarebbe ottenuta con l’inquadratura classica. L’assenza di uno sguardo esterno, di un coro che commenta, rende lo scontro ancora più intimo e disperato: siamo lì, nel mezzo della mischia, senza una via di fuga, a vedere unicamente il riversarsi dei colpi e il disfacersi dei sogni di cavalleria di Duncan. La nebbia, insomma, non cela solo l’assenza di figuranti, ma diventa essa stessa un elemento narrativo, amplificando il senso di confusione e di tragicità dell’evento.
L’infanzia di Dunk, un azzardo narrativo nel cuore della battaglia
La scelta più radicale, però, è un’altra e riguarda la struttura stessa dell’episodio. Proprio nel momento di massima tensione, quando il duello ha inizio e Duncan viene atterrato e ferito, la serie compie un azzardo notevole: stacca la spina, abbandona il combattimento e si rifugia in un lungo flashback. Per oltre venti minuti, abbandoniamo il campo di torneo per seguire l’infanzia di Dunk nei bassifondi di Approdo del Re, la sua amicizia con una ragazzina di nome Rafe, il loro sogno di fuga verso le Città Libere e la sua brutale e improvvisa infrazione. Si tratta di materiale inedito, che non compare nei racconti di Martin, e che aggiunge un tassello fondamentale alla psicologia del personaggio. È una scelta che, oggettivamente, rischiava di spiazzare e infastidire il pubblico, desideroso di vedere la conclusione dello scontro, ma che alla fine si rivela vincente perché contestualizza e motiva la successiva reazione di Duncan.
La memoria del piccolo Dunk che, dopo aver perso tutto, si rialza e segue il cavaliere Arlan di Pennytree, si salda perfettamente con il presente del cavaliere adulto che, pesto e sanguinante, trova la forza di rimettersi in piedi. L’incitamento “Alzati”, che risuona nel passato e riecheggia nel presente attraverso la voce di Egg, diventa il filo conduttore emotivo dell’intero episodio. Non c’è bisogno di spiegare nulla a parole: la giustapposizione delle immagini, la violenza del ricordo che si sovrappone alla violenza del presente, comunica in modo diretto e profondo la tempra dell’uomo. La produzione, non potendo contare su un'azione sconfinata, ha allungato i tempi e approfondito il personaggio, dimostrando che la carne e il sangue, in una storia, non sono solo quelli che si vedono scorrere sul campo di battaglia.
La tragedia di Baelor, quando il prezzo della giustizia diventa insopportabile
E quando finalmente si ritorna al combattimento, la nebbia e il fango non hanno perso il loro potere avvolgente. La vittoria di Dunk, che costringe Aerion a ritirare le accuse, non è però la vittoria luminosa e netta della tradizione. È una vittoria zoppicante, conquistata a caro prezzo, un prezzo che si rivela nella sua interezza solo dopo l’ultimo colpo. La morte del principe Baelor, colpito accidentalmente dal fratello Maekar, giunge con la stessa rapidità e crudeltà con cui, nella prima stagione di Game of Thrones, cadde Ned Stark. Un istante prima sembra che tutto sia andato per il meglio, un istante dopo ci si accorge che il prezzo pagato è stato la vita dell’uomo più giusto e nobile del conflitto.
La salma di Baelor, con la nuca sfondata, è un'immagine che resta impressa, e il peso di quel senza vita cade interamente sulle spalle di Duncan, che si era illuso di avercela fatta. In questo senso, l’episodio realizza un perfetto equilibrio tra la necessità di rispettare i dettami della produzione (risolvere lo scontro in modo efficace ma non troppo dispendioso in termini di coreografia di massa) e la fedeltà a quel cinismo disincantato che è da sempre il marchio di fabbrica del mondo creato da Martin. La storia prosegue, ma lascia sul campo un cumulo di macerie umane e politiche, con la linea di successione al Trono di Spade spezzata e un futuro che si annuncia ancora più incerto. E tutto questo, senza aver bisogno di un solo effetto speciale in più di quelli che ci si poteva permettere.




