L’Onu chiede il rilascio degli attivisti della flotilla mentre la madre di uno di loro muore senza poterlo salutare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Israele continua a tenere in cella di isolamento i due attivisti della Global Sumud Flotilla, sequestrati in acque internazionali più di una settimana fa, e nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, il tempo si è fermato per Thiago Avila, anche se lui non lo sa.

La madre del brasiliano, Teresa Regina de Ávila e Silva, è venuta a mancare ieri a Brasilia all’età di 63 anni, stroncata da una malattia grave che affrontava da tempo con quella serenità dignitosa che solo chi ha smesso di lottare per sé e ha iniziato a farlo per i propri figli può comprendere.

La notizia, diffusa dalla stessa ong Global Sumud Flotilla (Gsf) che ne ha condiviso il ritratto in una toccante nota ufficiale, getta un’ombra ancora più cupa su una vicenda giudiziaria già di per sé opaca e tormentata: Avila, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Shikma ad Ashkelon insieme al compagno di attivismo Saif Abu Keshek, non è stato nemmeno informato del lutto, proprio perché la detenzione, sin dalle prime ore successive all’abbordaggio della nave, avvenuto nella notte tra il 28 e il 29 aprile al largo delle coste di Creta, è stata caratterizzata da un regime di isolamento pressoché totale. ilfattoquotidiano +3

La richiesta dell’Alto commissariato e il muro di gomma israeliano

Mentre la famiglia di Thiago organizzava il funerale senza di lui, nella placida Ginevra si levava la voce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, il cui portavoce Thameen Al-Kheetan ha chiesto con parole nette e senza mezzi termini il rilascio immediato e incondizionato dei due fermati.

“Non è un crimine”, ha sottolineato il diplomatico, “mostrare solidarietà e tentare di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese di Gaza, che ne ha un disperato bisogno”.

Secondo l’Alto commissariato, la detenzione di questi attivisti, che rappresenta l’ennesimo capitolo di una lunga serie di blocchi navali contestati dalla comunità internazionale, non solo è arbitraria ma viola anche i principi fondamentali del diritto internazionale, specialmente per quanto riguarda la giurisdizione: l’abbordaggio è infatti avvenuto lontano dalle acque territoriali israeliane, e per questo alcune organizzazioni come Adalah parlano apertamente di “rapimento”.

Va detto, tuttavia, che Israele non ha raccolto l’invito e anzi, attraverso le decisioni dei suoi tribunali, sembra aver rafforzato la propria linea dura.

Il tribunale distrettuale di Beersheva ha respinto il ricorso presentato dalla difesa, confermando la proroga della custodia cautelare fino a domenica mattina, senza però fornire un accesso chiaro alle prove che giustificherebbero un trattamento tanto severo. dire +3

Maltrattamenti denunciati e il muro di segreto probatorio

Ciò che rende questa vicenda giudiziaria particolarmente insidiosa, agli occhi dei legali che seguono il caso, è la natura occulta degli indizi su cui si basa l’accusa.

La Gsf ha riportato che il giudice Yaniv Ben-Haroush avrebbe fatto riferimento a “elementi di prova segreti” per motivare il prolungamento della detenzione, sebbene questi non siano mai stati mostrati né agli imputati né ai loro avvocati.

In una pratica che ricorda i più controversi meccanismi dei tribunali militari, la difesa si trova così a combattere contro un nemico invisibile, senza poter confutare le singole contestazioni.

L’ong Adalah, che rappresenta i due giovani, ha parlato senza mezzi termini di “validazione giudiziaria dell’illegalità dello Stato”, aggiungendo che si tratta di un’estensione arbitraria che ignora la totale mancanza di giurisdizione israeliana su quelle acque.

A complicare ulteriormente il quadro clinico e umanitario della vicenda, si aggiunge la drammatica protesta che i due detenuti stanno portando avanti all’interno delle mura del carcere: entrambi hanno iniziato uno sciopero della fame, e Saif Abu Keshek, spagnolo di origine palestinese, sembra aver spinto la sua disobbedienza fino al punto di rifiutare l’acqua potabile, entrando di fatto in uno sciopero della sete che ne mette a dura prova le condizioni fisiche. ilfattoquotidiano +3

La flotilla ferma in Grecia e l’attesa per la partenza

Mentre i due attivisti consumano le loro giornate in isolamento, sottoposti a un trattamento descritto come disumano dalla Gsf – che parla di luci accese 24 ore su 24 e bendaggi applicati anche durante le visite mediche – il resto della spedizione umanitaria è bloccato a Creta, in attesa di poter riprendere il mare.

Le barche, ferme nel porto dell’isola greca ormai da diversi giorni a causa di intoppi burorocratici che le autorità locali non hanno ancora risolto, dovrebbero ricevere il via libera solo nella mattinata di domani.

Una volta ottenuti i permessi necessari, l’intenzione degli organizzatori è quella di proseguire la navigazione verso la Turchia, modificando così la rotta originaria che mirava a forzare il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza.

Si tratta di una deviazione obbligata, certo, ma che dimostra come la pressione diplomatica e la forza militare abbiano di fatto impedito alla missione di raggiungere il suo scopo umanitario principale, trasformando quella che doveva essere una nave di solidarietà in un simbolo della repressione giudiziaria israeliana. dire +3

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