Emily in Paris, la quinta stagione perde luccichio tra intrighi e product placement
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Netflix ha pubblicato la quinta stagione di "Emily in Paris", la serie ideata da Darren Star che, attraverso le vicende della giovane marketing manager americana trasferitasi in Francia, continua a mescolare fallimenti professionali e complicati intrecci sentimentali in una Parigi resa scenografia pittoresca. Se, da un lato, il percorso di crescita della protagonista interpretata da Lily Collins appare compiuto – l'ingenua ventenne di Chicago è ormai una donna sicura, il cui stile, per certi versi, riecheggia quello di Audrey Hepburn –, dall'altro la narrazione sembra aver smarrito parte del suo originario fascino, affidandosi a meccanismi ormai prevedibili e a una sempre più marcata commistione tra trama e operazioni di marketing.
L'evoluzione dei personaggi e l'ingombrante presenza dei brand
La trasformazione di Emily Cooper, che ha imparato a muoversi con una certa disinvoltura persino nell'algido ambiente dell'agenzia Grateau, tanto da far fare marcia indietro alla sua capa Sylvie, non basta a compensare una scrittura che fatica a innovarsi. La serie, la quale si compone di dieci episodi, sposta infatti l'azione anche fuori dalla Ville Lumière, promettendo una personale "dolce vita" per la protagonista, ma finendo spesso per sembrare un lungo e articolato contenitore promozionale. È il caso, ad esempio, dell'episodio che vede come protagonista il brand italiano Intimissimi, i cui capi vengono indossati dai personaggi, in un inserimento che diviene parte integrante della trama stessa.
Le collaboration di lusso e la perdita di autenticità
L'operazione non si limita al solo mondo dell'intimo, poiché in concomitanza con l'uscita della stagione, Fendi ha lanciato una capsule collection in edizione limitata ispirata alla serie, comprendente borse iconiche come la Baguette e la Peekaboo, “pensate per catturare lo spirito gioioso e sofisticato della serie”, come ha dichiarato la maison romana. Se da un punto di vista commerciale tali sinergie appaiono comprensibili, dall'altro contribuiscono a dilatare quella sensazione di artificiosità che già aleggiava sulle stagioni precedenti, offuscando ulteriormente il confine tra narrazione e pubblicità, in un contesto dove gli intrighi personali e lavorativi finiscono per scorrere senza lasciare un segno profondo.
Una formula che inizia a mostrare la corda
Dopo cinque anni, il meccanismo narrativo – per quanto ancora in grado di offrire qualche momento di svago – appare dunque logoro, incapace di rinnovare una formula che ha fatto del contrasto tra spontaneità americana e sofisticato cinismo francese il suo cavallo di battaglia. I casini sentimentali, le incomprensioni culturali e i colpi di scena in ufficio, sebbene raccontati con il consueto ritmo serrato, non riescono a mascherare una certa ripetitività di fondo, lasciando allo spettatore l'impressione di assistere a una sfilata di situazioni e di prodotti, più che a una storia capace di evolversi in maniera credibile. La luccicanza degli inizi, in definitiva, si è offuscata, sostituita da una patina di prevedibilità che nemmeno le location più glamour o gli abiti più ricercati riescono a riscattare pienamente.




