Data center, studio Unipd-Wwf: "Consumi in crescita ma le rinnovabili bastano, no al nucleare"
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Redazione Economia
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La domanda di energia elettrica per alimentare i data center in Italia è destinata a crescere in modo significativo, ma il fabbisogno futuro potrà essere interamente coperto da fonti rinnovabili senza la necessità di ricorrere a nuove centrali fossili o, tantomeno, all'energia nucleare. A sostenerlo è uno studio realizzato dall'Università di Padova con il contributo del WWF Italia, dal titolo "Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche?", presentato il 16 luglio 2026.
La ricerca analizza l'impatto energetico di queste infrastrutture digitali, fotografando un presente già energivoro e tracciando possibili scenari futuri per scongiurare il rischio di una bolla speculativa che potrebbe avere ripercussioni sia sul piano territoriale che su quello energetico.
Un consumo in crescita, ma da governare
Nel 2024, i data center italiani hanno assorbito 3,9 TWh di energia elettrica, equivalenti a circa l'1,3% dei consumi nazionali. Le previsioni indicate dallo studio disegnano però un panorama in rapida evoluzione, con un peso percentuale che potrebbe toccare quote ben più rilevanti entro il 2035. Per valutare il possibile impatto futuro, i ricercatori hanno elaborato tre differenti scenari. Il primo, definito "base", stima una quota di consumo pari al 4% sul totale nazionale.
Il secondo, "accelerato", si spinge fino al 7,5%, mentre il terzo, "trainato dall'intelligenza artificiale", ipotizza un peso addirittura del 15%. Secondo i ricercatori, tuttavia, è lo scenario base del 4% a essere considerato il più realistico.
Il gap tra annunci e realtà
La ragione di questa valutazione prudente risiede in una serie di fattori che contribuiscono a ridimensionare le stime più allarmistiche. Una delle evidenze più significative riguarda la sproporzione tra le richieste di connessione alla rete elettrica avanzate a Terna e la capacità effettiva che può essere ragionevolmente realizzata. Al 31 marzo 2026, le richieste di allacciamento per nuovi data center hanno raggiunto un picco di 82,6 GW, una cifra di gran lunga superiore al fabbisogno reale ipotizzato dagli esperti.
A conferma di questo scollamento tra annunci e fatti concreti, i dati dell'Osservatorio del Politecnico di Milano evidenziano come, nel biennio 2023-2025, solo il 68% degli investimenti annunciati nel settore sia stato effettivamente realizzato.
A frenare la corsa dei data center contribuiscono anche i cosiddetti colli di bottiglia della filiera, in particolare i lunghi tempi di connessione alla rete in alta o altissima tensione, stimati tra i 3 e i 7 anni, e un quadro autorizzativo complesso e frammentato tra diversi livelli istituzionali.
A questi ostacoli si aggiunge l'evoluzione tecnologica stessa, che gioca un ruolo determinante nel contenere i consumi energetici: l'efficienza elaborativa per unità di energia impiegata da giganti del settore come Google è cresciuta di oltre sei volte negli ultimi cinque anni, un trend che lascia intendere come i consumi futuri potrebbero essere inferiori rispetto a quelli odierni a parità di potenza di calcolo.
Le proposte per uno sviluppo sostenibile
Lo scenario delineato dallo studio dell'Università di Padova e del WWF si focalizza quindi sulla necessità di governare il fenomeno con regole chiare e standard ambientali ed energetici precisi, piuttosto che subirne passivamente l'evoluzione. Tra le proposte avanzate per uno sviluppo sostenibile e razionale dei data center, spicca la richiesta di un Piano Nazionale di sviluppo specifico, che definisca criteri di idoneità territoriale legati alla disponibilità di reti elettriche e di fibra ottica e che introduca soglie minime vincolanti di sostenibilità.
Per evitare un consumo di suolo non necessario, si propone inoltre di vincolare i nuovi insediamenti a aree già impermeabilizzate, degradate o dismesse (principio "brownfield only"), mentre per quanto riguarda il fabbisogno energetico, lo studio sottolinea come questo possa essere soddisfatto interamente da fonti rinnovabili, anche attraverso l'utilizzo di Power Purchase Agreement (PPA), accordi di compravendita di energia a lungo termine. Esempi di questi accordi, già in essere, sono quelli tra Apple ed Engie, Edison e Data4, e Iren e Statkraft.
Se da un lato la ricerca esclude categoricamente la necessità di ricorrere al nucleare, inclusi i piccoli reattori modulari (SMR), per alimentare i data center del futuro, dall'altro suggerisce di integrare la produzione rinnovabile con la flotta di centrali a gas a ciclo combinato (CCGT) già esistente e attualmente poco utilizzata, evitando così la costruzione di nuova capacità termoelettrica dedicata che rischierebbe di rivelarsi un investimento costoso e irrecuperabile.
L'obiettivo, come dichiarato da Arturo Lorenzoni, curatore dello studio, è evitare che i data center, pur essendo centrali per la competitività economica del Paese, diventino "il grimaldello con cui proporre infrastrutture non necessarie".




