Addio a Loris Rispoli, simbolo della battaglia per la verità sul Moby Prince

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È morto Loris Rispoli, la cui esistenza, segnata indelebilmente dalla tragedia, è stata spesa in una ricerca instancabile della verità. Si è spento all’età di 69 anni dopo un lungo periodo di malattia, aggravata da un gravissimo infarto che lo aveva colpito nel febbraio del 2021, le cui conseguenze, nonostante un prolungato ricovero, ne avevano minato irrimediabilmente la salute. Il ricovero d’urgenza per un’insufficienza respiratoria è avvenuto nelle prime ore di oggi, 22 novembre, nell’ospedale di Livorno, città dove si è poi spento, lasciando i figli Andrea e Dario e la ex moglie Elena Chiesa.

Il legame con la sorella e la tragedia in rada

La sua vita personale e quella pubblica, che si sono intrecciate in modo indissolubile, furono sconvolte la sera del 10 aprile 1991, quando il traghetto Moby Prince, dopo una collisione con la petroliera Agip Abruzzo nelle acque antistanti il porto di Livorno, divenne un rogo in cui persero la vita 140 persone. Tra queste c’era sua sorella Liana, che all’epoca aveva 31 anni e lavorava nella boutique di bordo; una perdita che, trasformando il suo dolore in una forza d’animo incrollabile, ha dato origine a una battaglia civile durata trentacinque anni.

L'impegno inarrestabile per le vittime

Rispoli, divenendo presidente del Comitato Moby Prince 140 – poi Associazione 140, oggi guidata da Nicola Rosetti – si è imposto come una figura di riferimento per tutti i familiari delle vittime. La sua determinazione, che non conosceva soste, è stata un esempio per molti, rappresentando la voce di chi chiedeva giustizia e chiarezza su una delle pagine più oscure della marineria italiana. La sua lotta, che proseguì anche dopo l’infarto che lo costrinse a un passo forzato dall’attività pubblica, non si è mai arrestata, neppure quando la sua presenza fisica, minata dalla malattia, dovette farsi più discreta.

Un'eredità di tenacia e coerenza

La sua scomparsa chiude un capitolo profondamente significativo nella storia di quella lunga vicenda giudiziaria e umana, lasciando in eredità una tenacia e una coerenza che hanno caratterizzato ogni suo gesto. La sua figura, che andava ben oltre il ruolo formale che ricopriva, rimane legata in modo indissolubile alla memoria collettiva di quella strage, un simbolo di una richiesta di verità che, nonostante il passare del tempo, non ha mai perso la sua urgenza e la sua dignità.

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