Caso Garofani, la cena sulla terrazza e la mail che ha «tradito» il consigliere di Mattarella
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Redazione Interno
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L'inizio, come spesso accade nella capitale, è degno di una sceneggiatura che mescola la bellezza dei suoi scorci con trame politiche, mentre il finale, ancora tutto da scrivere, assume i contorni sfumati di una spy story, alimentata da mail inviate alle redazioni dei giornali e firmate da un misterioso, nonché arcitaliano, Mario Rossi. Un fatto, questo, che da oltre quarantott'ore produce scintille di un'intensità mai osservata nell'attuale legislatura, andando a lambire i due Palazzi che simboleggiano il potere a Roma: Chigi e Quirinale, rispettivamente la sede dell'esecutivo e quella della presidenza della Repubblica. La narrazione prende le mosse da una prima inquadratura, quasi un fotogramma di pura atmosfera sorrentiniana, che ritrae una cena tra personalità vicine all'area romanista su una terrazza con vista, un'immagine di apparente normalità che cela invece il germe della successiva polemica.
L'articolo e il casus belli
A innescare la reazione a catena è stato un articolo pubblicato martedì, a firma del direttore del quotidiano La Verità Maurizio Belpietro, il cui titolo, “Il piano del Quirinale per fermare Meloni”, evocava scenari politici di ampia portata. Tali scenari, stando a quanto riportato dal giornale, sarebbero stati attribuiti a Francesco Saverio Garofani, consigliere del presidente della Repubblica ed ex deputato del Partito Democratico, e carpiti nel corso di una conversazione avvenuta, secondo la ricostruzione, in un locale pubblico. Questo episodio rappresenta il vero e proprio casus belli che ha portato la tensione tra Fratelli d’Italia e il Colle a impennarsi fino a raggiungere il livello massimo, trasformando una discussione privata in una questione di Stato.
Le reazioni e il gelo istituzionale
L'irritazione del Quirinale per la nota ufficiale diffusa dalla premier Giorgia Meloni, la quale aveva espresso forte preoccupazione per quanto accaduto, è stata palpabile e ha contribuito a creare un clima di gelo tra le due istituzioni. Un vento pungente, che sembrava destinato a spirarne delle altre, ha preso a soffiare nei corridoi dei due palazzi, mettendo a dura prova i consueti canali di dialogo e di rispetto reciproco. La situazione, per sua natura delicatissima, ha reso necessario un intervento diretto delle figure di partito per tentare di scongelare gli animi e trovare una via d'uscita da un braccio di ferro divenuto ormai di dominio pubblico.
La tregua e la chiusura formale
C’è voluta, infatti, la doppia firma dei due capigruppo meloniani, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, per riscaldare, almeno in parte, quell'atmosfera ghiacciata. Il loro intervento congiunto ha rinnovato, attraverso una dichiarazione formale, la stima del partito di maggioranza verso il presidente Sergio Mattarella, facendo al contempo sapere che Fratelli d’Italia «ritiene la questione chiusa». Una presa di posizione che, al Quirinale, è stata interpretata come il segnale atteso per considerare archiviato lo scontro istituzionale, dopo che per ore aveva circolato la convinzione, tra i collaboratori del Colle, che spettasse a chi aveva aperto la crisi l’onere di chiuderla.




