La nuova legge elettorale, tra soprannomi antichi e meccanismi contestati: depositato alle Camere il testo dello "Stabilicum"
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Redazione Interno
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Dopo una notte di trattative serrate tra gli sherpa della coalizione, e il successivo, decisivo via libera di massima arrivato nella mattinata da parte dei quattro leader – Meloni, Salvini, Tajani e, per i moderati, Lupi – il centrodestra ha ufficialmente depositato ieri sera al Senato e alla Camera il testo della riforma elettorale. Un passaggio parlamentare che giunge a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche, previste per il 2027, e che, se dovesse completare il suo iter, regalerebbe all'Italia il quarto sistema di voto in meno di trent’anni, considerando le sette consultazioni politiche che si sono succedute dal 2000 a oggi. La nuova proposta, ribattezzata nell’immaginario collettivo “Stabilicum” con un vezzo lessicale che richiama il latino per evocare solidità, presenta secondo molti osservatori una struttura e, soprattutto, una logica di fondo che riportano alla mente il vecchio Porcellum, la legge Calderoli del 2005.
Il cuore del meccanismo, come spiega il testo depositato, risiede nell’abolizione dei collegi uninominali – che caratterizzavano il Rosatellum attualmente in vigore – per fare spazio a un impianto proporzionale puro corretto da un robusto premio di maggioranza. Il premio, quantificato in settanta seggi aggiuntivi alla Camera e trentacinque al Senato, scatta qualora una lista o una coalizione superi la soglia del quaranta per cento dei consensi a livello nazionale. Un sistema, questo, che i firmatari della proposta – i capigruppo di maggioranza – difendono richiamandosi alla necessità di garantire «stabilità e rappresentatività», onde evitare le frammentate e litigiose coalizioni “arcobaleno” che hanno segnato esperienze di governo precedenti. Per accedere alla ripartizione dei seggi, è prevista una soglia di sbarramento al tre per cento per le liste che corrono da sole, mentre resta invariata la possibilità, per i partiti minori aggregati in coalizione, di eleggere parlamentari anche al di sotto di tale tetto, un espediente, quest’ultimo, pensato per incentivare l’aggregazione e tenere insieme i blocchi.
Eppure, a un’analisi più attenta, non sono pochi i nodi critici che emergono dalla lettura del provvedimento. Innanzitutto, la questione delle preferenze: nel testo depositato non se ne parla, e si torna alle liste bloccate. Gli elettori, dunque, si troverebbero a votare un simbolo senza poter esprimere una scelta diretta per i singoli candidati, i cui nomi verrebbero decisi a monte dalle segreterie di partito. Un aspetto, questo, su cui però non tutte le forze di maggioranza sembrano allineate. Fonti parlamentari riferiscono di un pressing in atto da parte di Fratelli d’Italia – e in particolare del suo responsabile organizzativo Giovanni Donzelli – per reintrodurre le preferenze durante l’esame in commissione, nonostante lo scetticismo manifestato da Lega e Forza Italia, che vedrebbero in questo meccanismo un fattore di potenziale instabilità interna alle coalizioni locali. Le preferenze, insomma, potrebbero tornare al centro del dibattito tramite emendamenti, magari nella forma del listino bloccato con possibilità di voto di preferenza limitato.
Un secondo ordine di problemi, di natura ben più sostanziosa e che investe la stessa tenuta costituzionale della riforma, riguarda l’entità del premio di maggioranza. I calcoli sono presto fatti: con il premio fisso di settanta seggi su quattrocento alla Camera, la coalizione vincente potrebbe arrivare a detenere fino a duecentotrenta scranni, pari a una forbice che sfiora il cinquantasette per cento e mezzo del totale. Una percentuale che, secondo diversi costituzionalisti – tra i quali Stefano Ceccanti e Gaetano Azzariti – e le stesse voci delle opposizioni, rischia di infrangere il limite del cinquantacinque per cento indicato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale nella sentenza numero 35 del 2017. Una sentenza, quella della Consulta, che aveva dichiarato l’illegittimità dell’Italicum proprio perché un premio eccessivo, superiore a quel tetto, avrebbe compresso in modo sproporzionato il principio di rappresentanza delle minoranze, consentendo alla maggioranza di eleggere da sola, per esempio, le cariche di garanzia come i giudici della Corte o il presidente della Repubblica. Il testo, nella sua attuale formulazione, cerca di porre un argine dichiarando che in nessun caso la maggioranza potrà superare il sessanta per cento degli eletti, ma la forchetta tra il 57,5% e il 60%, per quanto apparentemente piccola, è proprio quella su cui si gioca la partita della legittimità costituzionale.
Nel caso in cui nessuna lista o coalizione raggiunga il fatidico quaranta per cento, la legge prevede un meccanismo di ballottaggio, ma solo a determinate condizioni: bisogna che le due formazioni più votate si collochino entrambe in una forbice compresa tra il trentacinque e il quaranta per cento. Una soglia, quest’ultima, che non è affatto scontato venga raggiunta, dati gli attuali equilibri frammentati del quadro politico; se così non fosse, e nessuno raggiungesse il trentacinque per cento, si tornerebbe di fatto a un proporzionale puro, senza alcuna maggioranza certa. Il che rende il premio, per come è congegnato, una meteora difficile da afferrare, o forse un’arma spuntata, a meno che il quadro politico non cambi radicalmente nei prossimi mesi.
Le reazioni delle opposizioni e i nodi sul tavolo
La risposta del campo avverso non si è fatta attendere. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha parlato senza mezzi termini di una «mossa di distrazione di massa» finalizzata a coprire il nervosismo della maggioranza in vista del referendum sulla giustizia, definendo il testo «irricevibile» e tale da «distorcere gravemente la rappresentanza». Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, ha invece legato la riforma elettorale a un disegno più ampio, che a suo dire comprenderebbe anche la riforma della giustizia, con l’obiettivo di «salvare i politici dalle inchieste». Al di là delle reazioni politiche, però, sul tavolo ci sono tempistiche serrate: la legge deve essere approvata in tempi ragionevoli per poter essere applicata alle elezioni del 2027, e la Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, ha più volte messo in guardia i paesi membri dal modificare le regole del voto nell’anno che precede le consultazioni, proprio per evitare manipolazioni del consenso.
In questo clima di scontro frontale, il centrosinistra si trova di fronte a un bivio tattico non indifferente. Da un lato, il ritorno al proporzionale puro – sia pure con il premio – potrebbe paradossalmente avvantaggiare un centrodestra che, pur diviso in tre o quattro liste, si presenta all’elettorato come un blocco politico coeso e riconoscibile. Dall’altro lato, l’eventuale reintroduzione delle preferenze, caldeggiata da Fratelli d’Italia, potrebbe aprire uno spiraglio di contendibilità nei collegi, permettendo agli elettori di premiare singole personalità anche al di là degli schieramenti. Una partita, questa, che si giocherà nelle prossime settimane in Parlamento, dove la maggioranza dovrà fare i conti non solo con la tenuta dei numeri, ma anche con le possibili crepe interne, come dimostrano le perplessità leghiste sul fronte delle preferenze e le simulazioni demoscopiche che vedrebbero il Carroccio dimezzare i propri eletti alla Camera, passando dagli attuali 59 a una forbice compresa tra i 31 e i 37.




