Il segretario alla Difesa e la preghiera guerriera: la guerra santa di Hegseth al Pentagono
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Redazione Esteri
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È una scena che, a un osservatore distaccato, potrebbe apparire più simile a un sinodo medievale che a un briefing strategico nella sala riunioni del Pentagono. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa scelto da Donald Trump, ora nuovamente presidente degli Stati Uniti, ha trasformato l’apertura delle conferenze stampa in una liturgia bellica. Durante l’incontro con i giornalisti lo scorso 31 marzo, incentrato sull’andamento della guerra contro l’Iran, Hegseth ha concluso il suo intervento non con una consueta analisi geopolitica, ma con un’invocazione diretta al Creatore. “Dio protegga i piloti e i tecnici”, ha detto, sigillando l’aggiornamento sulla situazione operativa con un “amen” che ha lasciato pochi dubbi sulla natura del conflitto così come viene inteso dal suo vertice. Non si tratta, tuttavia, di un episodio isolato.
La retorica del ministro della Guerra – Titolo che lui stesso predilige per sottolineare l’approccio muscolare al ruolo – ha da tempo varcato il confine che separa la fede personale dall’esercizio istituzionale del potere. Secondo quanto riferito, Hegseth ha introdotto sedute di preghiera mensili all’interno del dipartimento, ma con una particolarità che ha sollevato non poche perplessità tra gli osservatori internazionali. Nei suoi sermoni, l’appello alla protezione divina per i soldati americani si mescola spesso a richieste esplicite di violenza contro i nemici, una commistione che alcuni critici hanno definito l’atteggiamento tipico di un “prete guerriero”. In una delle omelie riportate, ascoltabile per intero nei circuiti informativi, Hegseth arriva a invocare che “ogni colpo vada a segno” e a chiedere “una violenza schiacciante di azione contro coloro che non meritano misericordia”. Un’impostazione, quella del segretario, che trova le sue radici in una visione del cristianesimo lontana dalle tradizionali preghiere ecumeniche del Pentagono, alimentando un dibattito acceso sull’appropriatezza di mescolare la guerra santa alla strategia militare della più potenza più grande della Terra.
Una visione cristiana al centro della macchina bellica
La scelta di Hegseth, da parte di Trump, non era certo casuale. Già durante le sue apparizioni come conduttore di Fox News, l’ora quarantacinquenne ex militare aveva fatto della difesa di un’identità cristiana tradizionalista e della critica alle politiche di diversità il proprio cavallo di battaglia. La sua conferma al Senato, nel gennaio del 2025, fu tra le più contestate e si risolse solo grazie al voto decisivo del vicepresidente JD Vance, dopo un empasse causato dalle accuse di cattiva condotta e dalle preoccupazioni per le sue posizioni estreme. Una volta insediato, Hegseth non ha perso tempo. Oltre a modificare le regole di ingaggio e a ridurre i codici di affiliazione religiosa riconosciuti dall’esercito – passando da oltre duecento a soltanto trentuno – ha anche ridisegnato il ruolo dei cappellani militari, imponendo loro di concentrarsi maggiormente su Dio e meno sulla “self-help” terapeutica.
Sullo sfondo di queste riforme, che mirano a restituire quella che lui definisce “l’etica del guerriero”, si staglia la drammaticità del conflitto in corso. Nelle dichiarazioni rese dal Pentagono il 31 marzo, Hegseth ha descritto i prossimi giorni come “decisivi”, vantando la capacità americana di dettare le regole sul campo e sostenendo che l’Iran avrebbe ormai margini militari molto limitati. Una narrazione, questa, che contrasta però con le voci che arrivano da altre fonti: mentre il Pentagono simula aperture diplomatiche, secondo indiscrezioni pubblicate dalla stampa internazionale, l’amministrazione starebbe preparando una massiccia operazione terrestre, un piano che Teheran ha definito “un inganno strategico”.
Le conseguenze in Medio Oriente e l’ombra lunga della guerra
Mentre Hegseth invoca l’intervento divino per le operazioni militari, la realtà sul terreno mostra un quadro di escalation difficilmente controllabile. I bombardieri B-52 hanno iniziato a sorvolare l’Iran e l’esercito israeliano ha intensificato i raid in Libano, colpendo un alto comandante di Hezbollah nell’area di Beirut. Un’ombra pesante, inoltre, grava sulle operazioni statunitensi: il Dipartimento della Difesa sta indagando sul possibile coinvolgimento delle proprie forze aeree in un attacco che, secondo le autorità iraniane, avrebbe colpito una scuola causando oltre centosessanta morti, di cui più di un centinaio bambini. In questo contesto, il linguaggio utilizzato da Hegseth assume una rilevanza che va oltre la semplice retorica. Le sue dichiarazioni, in cui promette “nessun quartiere e nessuna pietà” per i nemici, sono state segnalate dagli esperti di diritto internazionale come potenzialmente pericolose, poiché sfiorano il confine di ciò che è considerato un crimine di guerra se tradotte in ordini operativi.
L’Europa a Bucha e la resilienza ucraina
A migliaia di chilometri dal Pentagono, il conflitto in Ucraina ha offerto oggi un’immagine diametralmente opposta a quella del “prete guerriero” americano. Mentre il segretario alla Difesa pregava per la vittoria militare, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea si sono riuniti a Kiev in una riunione straordinaria. La data del 31 marzo non è stata scelta a caso: ricorre il quarto anniversario della strage di Bucha, la cittadina alla periferia della capitale ucraina dove le truppe russe lasciarono una scia di cadaveri per le strade, simbolo dei crimini commessi durante l’invasione su larga scala. L’incontro, definito informale ma carico di significato politico, ha visto la partecipazione dell’Alta rappresentante Kaja Kallas e del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che ha ribadito la vicinanza a Kiev. Se Hegseth rappresenta una linea di intervento diretto e di intransigenza religiosa, l’Europa a Bucha ha scelto la strada della memoria storica e del sostegno politico, consapevole che la guerra, come ha dimostrato il massacro di quell’aprile del 2022, ha molteplici volti: alcuni chiedono a Dio di guidare i proiettili, altri si ritrovano ancora a dover seppellire i propri morti a quattro anni di distanza.




