Il lungo tramonto di Novak Djokovic: tra dubbi e un futuro da scrivere
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Redazione Sport
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Il lungo tramonto di Novak Djokovic è da tempo diventato un genere letterario, un'indagine nei meandri più nascosti della mente – e, se vogliamo, del corpo che finché può l'asseconda – che ha ormai superato i confini dello stupore, proponendo a ogni partita nuove emozioni, di segno diverso ma comunque estreme.
Il trentanovenne nativo di Belgrado, dopo l'eliminazione al primo turno degli US Open 2026 per mano dell'argentino Mariano Navone con il punteggio di 6-7, 5-7, 4-6, 6-2, 1-6, si trova ora a dover fare i conti con un presente che non concede sconti e con un futuro che appare più nebuloso che mai. La sconfitta di Flushing Meadows, maturata al termine di una battaglia di oltre quattro ore e mezza e caratterizzata da un vistoso cedimento fisico, è l'ennesimo campanello d'allarme in una stagione costellata di difficoltà per il fuoriclasse serbo, che non vince un titolo del Grande Slam dal 2023.
Un'eliminazione storica e i segnali del tempo che passa
Quella subita da Djokovic a New York non è una sconfitta qualunque, ma un evento che la storia del tennis registra con parsimonia. Si tratta della terza eliminazione al primo turno in carriera in un torneo del Grande Slam, la prima addirittura dagli Australian Open del 2006, quando il serbo aveva appena diciotto anni e il mondo era ancora tutto da scoprire.
Dall'altra parte della rete, a infliggere il colpo, c'era Mariano Navone, un tennista argentino di venticinque anni che sulla carta non avrebbe dovuto rappresentare un ostacolo insormontabile; eppure, il numero 49 del mondo ha saputo approfittare di un Djokovic irriconoscibile, in balia di un malessere fisico che ne ha condizionato pesantemente la prestazione.
Per il serbo, quello stesso Navone che dichiarava di essersi alzato tante notti da bambino per vederlo giocare in Australia, si è trasformato nel simbolo di un passaggio di consegne che forse nessuno, nemmeno il diretto interessato, è ancora pronto ad accettare.
La resa del corpo e le parole a caldo di un campione
L'immagine che ha fatto il giro del mondo è quella di un Novak Djokovic in ginocchio, con il volto segnato dalla fatica, che fatica a rialzarsi e che, tra un punto e l'altro, fa ricorso a inalatori e farmaci per lenire i dolori che lo attanagliano.
"È qualcosa che mi porto dietro, purtroppo, praticamente in ogni partita quest'anno – ha spiegato il serbo in conferenza stampa, con la voce rotta dalla delusione – Vomito, rigurgito, un problema serio, e poi tutto il mio corpo inizia a cedere, praticamente crampi e dolore, e alla fine la schiena ha ceduto, e la spalla, e non sono riuscito a chiudere".
Le sue parole hanno dipinto il quadro di un atleta che combatte non più solo contro gli avversari, ma contro un corpo che sembra aver deciso di porre fine alla sua epopea, rivendicando il conto di una carriera leggendaria costellata di ventiquattro titoli Slam e di un'innumerevole quantità di record. "Non mi sono divertito", ha aggiunto, un'affermazione che suona quasi come un'ammissione di resa, almeno per quella notte, da parte di un uomo che ha sempre fatto della capacità di soffrire e gioire in campo il proprio marchio di fabbrica.
L'analisi di Corrado Barazzutti e il peso dell'età
A gettare ulteriore benzina sul fuoco dei dubbi riguardanti il futuro di Djokovic ci ha pensato, con la consueta schiettezza, Corrado Barazzutti, ex tennista e capitano della squadra italiana di Coppa Davis. Intervistato a caldo, l'ex numero sette del mondo non ha usato giri di parole: "Per me è un'opportunità per tanti: Fils, Zverev, Jodar, speriamo Musetti o Cobolli. Come è capitato a Parigi, possono arrivare in fondo. Ma tra questi non avrei mai messo Djokovic. E non per mancanza di rispetto".
Le parole di Barazzutti, che pure conosce bene il peso della competizione e la durezza degli Slam, sottolineano un'evidenza che appare sempre più difficile da ignorare. "In uno Slam devi giocare d... Djokovic, l'età gli chiede il conto: deve cominciare a pensare al ritiro?", si è chiesto il giornalista, ponendo una domanda che nell'aria di Flushing Meadows riecheggiava in modo prepotente.
I 39 anni, che fino a qualche stagione fa sembravano solo un numero per un atleta dalla preparazione maniacale, ora sembrano essere diventati un peso specifico, una zavorra che affonda le sue possibilità di competere al massimo livello per l'intera durata di un torneo best-of-five.
Un futuro incerto tra dubbi e nuove sfide
La domanda che ora tutti si pongono, e che lo stesso Djokovic si sarà certamente posto, è se abbia ancora senso andare avanti così. Mentre il tennis guarda a nuovi giovani campioni come Carlos Alcaraz, che proprio a New York ha iniziato la difesa del titolo con una vittoria in tre set, o a Jannik Sinner, numero uno del mondo assente per infortunio, il futuro di Djokovic appare avvolto in un fitto alone di incertezza.
Il 2027, da lui stesso definito "lontano" alla vigilia del torneo, sembra ora un traguardo ancora più distante e di difficile raggiungimento, soprattutto se il fisico continuerà a porre questi limiti. La sua epopea, fatta di trionfi e di una volontà di ferro che ha riscritto la storia di questo sport, potrebbe essersi davvero avviata verso il suo epilogo. La resa di Djokovic non è stata solo quella di un corpo che cede, ma quella di un'era che, forse, sta davvero volgendo al termine, lasciando spazio a nuovi protagonisti e a un tennis che, senza di lui, sarà certamente diverso.
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