Data center e nucleare, l'Italia rischia di tagliarsi fuori dalla partita energetica
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Redazione Economia
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Mentre l’intelligenza artificiale e il cloud computing, la cui espansione appare inarrestabile, moltiplicano a dismisura la domanda globale di capacità di calcolo, l’Italia si trova a dibattere su norme che, seppur nate con l’intento di regolamentare, potrebbero finire per ostacolare lo sviluppo di quelle infrastrutture fondamentali. La proposta di legge-delega discussa in Parlamento, sebbene mossa dalla volontà di colmare un vuoto legislativo, introduce infatti vincoli che rischiano di compromettere la strategia nazionale per i data center, la quale aveva invece colto l’opportunità di una distribuzione omogenea sul territorio, diversamente da quanto accade in altre nazioni europee dove gli impianti si concentrano in prossimità delle capitali. Un paradosso, il nostro, che emerge con forza se si considera l’assenza di una chiara politica energetica in grado di sostenere carichi di potenza così imponenti, i quali richiederebbero, per essere affrontati, un mix di fonti stabile e programmabile.
Il nodo energetico e i paletti di Bruxelles
A complicare ulteriormente lo scenario nazionale intervengono le direttive europee, le quali, di fronte a consumi elettrici che la International Energy Agency quantifica in 415 TWh annui – con una crescita stimata del 12% l’anno che potrebbe portarli a superare i 945 TWh entro il 2030 –, impongono limiti stringenti all’impronta energetica del settore. L’Unione Europea, conscia del fatto che i data center sono destinati a diventare uno dei maggiori consumatori di elettricità del pianeta, spinge per una transizione che bilanci l’innovazione tecnologica con la sostenibilità, un obiettivo ambizioso che sconta la carenza di una fonte energetica basilare e a zero emissioni, quale è il nucleare, nel panorama italiano. Senza di essa, il rischio concreto è di dover dipendere da importazioni di energia o da fonti fossili, vanificando gli sforzi regolatori.
Il caso Lombardia e la sfida del territorio
In questo contesto già di per sé complesso, la Lombardia si è mossa autonomamente, approvando un proprio progetto di legge per disciplinare gli insediamenti, vista la concentrazione in quella regione – e in particolare nell’hinterland milanese, dove se ne stima circa un terzo del totale nazionale – di oltre il sessanta per cento delle richieste di realizzazione. L’iniziativa regionale, pur rappresentando un tentativo di dare risposte a un fenomeno in piena espansione, viene però giudicata da alcuni come non sufficientemente incisiva. Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, sostiene la necessità di norme più severe, chiedendo che i nuovi data center vengano costruiti esclusivamente su “brownfield”, ovvero riconvertendo ex aree industriali dismesse e inquinate, evitando in questo modo ulteriore consumo di suolo vergine. Una posizione, la sua, che evidenzia il delicato equilibrio da trovare tra sviluppo infrastrutturale e tutela del territorio.
La trappola legislativa e le prospettive future
Quello che si delinea è dunque un intricato groviglio di piani regolatori, regionali e nazionali, che rischia di rallentare o addirittura di bloccare gli investimenti, in un momento in cui la competizione globale per attrarre capitali in questo settore è particolarmente agguerrita. La mancanza di una disciplina unitaria, unita a un approccio energetico che non prevede al momento un ritorno al nucleare nonostante le pressioni internazionali e le direttive di Bruxelles, crea un clima di incertezza che allontana gli operatori. Si finisce così per discutere di paletti e limiti, senza aver prima costruito le fondamenta energetiche necessarie a sostenere la crescita, in un cortocircuito che vede il Paese arrancare mentre altri corrono.




