Giorgia, la figlia del popolo e di se stessa, nel libro apologetico di Italo Bocchino
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Redazione Interno
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C’è tutto nell’ultimo libro di Italo Bocchino, “Giorgia figlia del popolo” (Solferino, 2026): tutto ciò che il comunicatore più esposto della “destra meloniana”, confesso di un’appartenenza prima perduta e poi riacciuffata, possa descrivere per fare del suo mondo un racconto politico, un piccolo “epos” di realtà e di miraggi. L’opera, la cui presentazione è prevista per il 27 febbraio a Napoli al Circolo del tennis, vedrà la partecipazione, tra gli altri, di esponenti di primo piano dell’esecutivo e dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini, figura questa che aggiunge un alone di singolare complessità alla vicenda umana e politica dell’autore -1. Perché Bocchino, oggi direttore editoriale de “Il Secolo d’Italia”, non è sempre stato l’integerrimo paladino della premier che si vede nei talk show; anzi, a ricordarlo bene, la sua traiettoria politica è costellata di strappi e ricuciture, di allontanamenti e ritorni, un percorso che rende la sua attuale devozione, se non sospetta, quantomeno meritevole di essere analizzata con gli strumenti dell’indagine politica piuttosto che con quelli dell’agiografia.
Il libro arriva in un momento politico particolarmente favorevole per la presidente del Consiglio, il cui consenso, da anni e con una stabilità che gli analisti faticano a spiegare se non con categorie nuove, si aggira intorno al trenta per cento, un dato che rappresenta un’anomalia nel panorama nazionale se si considera che i governi, fisiologicamente, dopo un primo periodo di gestione tendono a perdere qualche punto percentuale -7. A certificare questa solidità, che pare quasi immuni agli eventi, ci sono sondaggi come quello realizzato da Noto, che fotografano Fratelli d’Italia oltre la soglia del 30% e un indice di fiducia nella persona di Meloni che sfiora il 44%, un capitale politico immenso che si regge su quella che viene definita una sorta di “legame sentimentale” con l’elettorato -7. Ed è proprio su questo legame, su questa capacità della leader di incarnare un archetipo popolare, che l’analisi di Bocchino si sofferma, cercando di decifrare le ragioni profonde di un’egemonia che, come emerge da uno studio Youtrend per il Sole 24 Ore, è particolarmente radicata nelle fasce sociali medio-basse e basse, dove il partito della premier raggiungerebbe punte del 31,9% -2. Un dato, questo, che rovescia paradigmi storici consolidati e che pone interrogativi non da poco sulla rappresentanza politica delle classi popolari, oggi sempre più distanti dai partiti di sinistra.
Eppure, la narrazione di Bocchino, per quanto dettagliata e partecipe, non può essere compresa appieno se non si tiene conto della sua storia personale, un intreccio di vicende che lo hanno visto protagonista della diaspora della destra italiana. Per anni considerato un finiano doc, tanto da seguire Gianfranco Fini nella scissione del Popolo della Libertà e diventare vicepresidente di Futuro e Libertà per l’Italia, ha vissuto sulla propria pelle l’ostracismo del partito che oggi esalta -5-10. Fu nel 2017, al congresso di Trieste che sancì la rinascita di Fratelli d’Italia e la traiettoria vincente di Meloni, che Bocchino non venne nemmeno invitato, bollato come “impresentabile” -10. Oggi, a distanza di pochi anni, quell’impresentabile è diventato il più autorevole interprete del pensiero meloniano in televisione, un’ascesa che solleva inevitabili domande sulla sincerità di tanta devozione. Quando l’incenso sale troppo denso verso l’altare del potere, si sa, lascia nell’aria un odorino inconfondibile, e nel caso del libro in questione, la profusione di lodi rischia talvolta di oltrepassare il confine dell’analisi per sconfinare nella piaggeria più sfacciata.




