L’intelligenza artificiale, una rivoluzione (anche) fisica che ridisegna la geografia del potere
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Redazione Economia
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Il 2025 potrebbe essere ricordato, almeno stando a quanto emerge dall’ultimo AI Index Report di Stanford (giunto alla nona edizione e pubblicato pochi giorni fa), come l’anno in cui l’intelligenza artificiale ha smesso definitivamente di sembrare soltanto una rivoluzione software, mostrando fino in fondo – e senza più possibilità di equivoci – la sua natura profondamente fisica. Dietro modelli di linguaggio sempre più potenti, capaci ormai di superare esami a livello dottorale pur rimanendo spiazzati di fronte a un semplice orologio analogico, si nasconde infatti una fame insaziabile di risorse: datacenter sempre più grandi, consumi energetici in aumento vertiginoso, una domanda di acqua dolce che sta già superando quella dell’intera industria dell’acqua in bottiglia e, di conseguenza, una nuova corsa globale agli investimenti che sta riscrivendo la geografia economica del pianeta. L’indagine del prestigioso ateneo californiano, che molti analisti non esitano a definire una sorta di “check-up” spietato del nostro presente digitale, ci consegna un quadro composito e contraddittorio, lontano dalle facili letture trionfalistiche. Se da un lato la tecnologia procede a velocità inaudita (basti pensare che l’AI generativa ha raggiunto il 53% della popolazione mondiale in soli tre anni, un traguardo che a internet e al personal computer richiese decenni), dall’altro l’impatto concreto sull’ambiente e sulla società rivela crepe e criticità profonde che la politica fatica a gestire.
La grande corsa alle infrastrutture e lo strapotere americano
Sul fronte geopolitico, il rapporto di Stanford fotografa uno scenario di competizione sempre più serrata, dove il baricentro dell’innovazione si è ormai spostato definitivamente dal mondo accademico all’industria privata. Con Donald Trump tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno, gli Stati Uniti hanno ulteriormente accelerato la loro strategia di supremazia tecnologica, attirando a sé la stragrande maggioranza degli investimenti: nel 2025, infatti, sono fluiti nel settore privato dell’AI circa 285,9 miliardi di dollari, una cifra che è ventitré volte superiore a quella investita dalla Cina. Eppure, questa leadership apparentemente solida mostra qualche segnale di cedimento: la performance dei modelli tra i due colossi si è quasi azzerata, con il modello top di gamma di Anthropic che guida la classifica mondiale con un esiguo margine del 2,7% sulle alternative cinesi. L’Europa, in questo duello a due, appare drammaticamente schiacciata e quasi invisibile: mentre Pechino domina a livello di pubblicazioni scientifiche, citazioni e robotica industriale, e Washington continua a finanziare la prossima generazione di chip, il Vecchio Continente sembra aver perso la capacità di competere sull’infrastruttura fisica dell’AI, limitandosi a un ruolo regolatorio che rischia di diventare marginale se non è supportato da una reale capacità industriale.
Il costo nascosto (ambientale e sociale) della nuova infrastruttura
La narrazione dell’AI come nuvola immateriale viene infranta in modo particolarmente violento dai dati relativi all’impatto ambientale. La costruzione e la gestione dei datacenter necessari per addestrare i nuovi modelli, lo si legge tra le righe del report, hanno generato nel solo 2025 un volume di anidride carbonica paragonabile alle emissioni di un’intera metropoli come New York, senza contare il consumo di centinaia di miliardi di litri d’acqua, una risorsa che in molte aree del globo sta diventando sempre più preziosa e rara. Sei stati americani destinano ormai oltre il 10% della loro elettricità ai data center (con la Virginia che tocca un preoccupante 25%), e questo sta già alterando le reti elettriche regionali, costringendo le utility a ritardare la chiusura di centrali a carbone proprio nel momento in cui la transizione ecologica richiederebbe il percorso inverso. Parallelamente a questa corsa alle risorse naturali, il report mette in luce un’altra trasformazione silenziosa ma altrettanto dirompente: quella del mercato del lavoro. I giovani lavoratori, in particolare i developer statunitensi tra i 22 e i 25 anni, stanno pagando il prezzo più alto di questa automazione, con un calo dell’occupazione che dal 2024 ha toccato quasi il 20%. Una voragine sociale che si apre mentre, paradossalmente, la capacità di comprendere e governare questi strumenti resta ferma: solo il 6% degli insegnanti, a fronte di un utilizzo massiccio dell’AI da parte degli studenti, dichiara di avere linee guida chiare sul suo utilizzo.
L’Italia e l’Europa di fronte al baratro infrastrutturale
Se la sfida si gioca sui megawatt, l’acqua di raffreddamento e i chip, l’Italia – e con essa l’intero sistema Europa – rischia di assistere da spettatore in prima fila. Il rapporto di Stanford non lascia spazio a illusioni: l’intelligenza artificiale non è più (non lo è mai stata, in realtà) una questione di algoritmi, ma di potenza di calcolo fisica. E in questa partita, l’assenza di un piano industriale continentale che punti alla realizzazione di datacenter sostenibili e sovrani condanna le nostre imprese a essere semplici utilizzatrici di tecnologie costruite altrove. Il rischio, concreto e già in atto, è quello di una dipendenza tecnologica totale, dove l’Europa si specializza nella regolamentazione dei diritti digitali mentre altri costruiscono i confini materiali del nuovo mondo. Il 2026, a questo punto, non si presenta come l’anno delle promesse mantenute, ma come quello in cui la bolletta energetica e ambientale di questa rivoluzione inizierà a essere presentata, inevitabilmente, ai contribuenti e ai cittadini di un Occidente sempre più diviso tra chi produce l’intelligenza artificiale e chi si limita a subirne i riflessi.




