Muore Ai, la scimpanzé che ha rivoluzionato lo studio dell'intelligenza dei primati
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Redazione Esteri
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È morta all’età di 49 anni, presso il Centro per le origini evolutive dell’università di Kyoto, la scimpanzé Ai, il cui nome, scelto per la sua assonanza con l’acronimo inglese per intelligenza artificiale, è divenuto un simbolo negli ambiti della ricerca cognitiva comparata. Il decesso, attribuito a un’insufficienza multiorgano legata all’età, segna la fine di una vita straordinaria, interamente dedicata alla scienza, che ha permesso di scardinare numerosi preconcetti sulle capacità mentali degli animali non umani. Arrivata dal cuore dell’Africa occidentale quando era solo un cucciolo, Ai ha trascorso decenni in Giappone, diventando un vero e proprio modello sperimentale vivente, i cui progressi sono stati monitorati e pubblicati su riviste di altissimo profilo, come dimostra la menzione su Nature già nel 1985.
Le capacità che hanno stupito il mondo
Ciò che rese Ai un soggetto di studio così prezioso, al di là della sua longevità, fu la sua dimostrata abilità di interagire con un mondo simbolico complesso, tipicamente considerato dominio esclusivo della nostra specie. La scimpanzé, infatti, riusciva a contare fino al numero nove, distinguendo con precisione la sequenza numerica, e a riconoscere una gamma di undici colori diversi, associandoli correttamente. Le sue competenze, che molti considererebbero prossime a una forma di pre-lettura, includevano la capacità di identificare circa un centinaio di caratteri kanji e alcune lettere dell’alfabeto inglese, associando, in totale, fino a trecento oggetti diversi alle relative etichette visive che li rappresentavano.
Un'eredità che va oltre i numeri e i colori
Il contributo di Ai, tuttavia, non si limitò alla mera identificazione di simboli astratti. La femmina di scimpanzé sviluppò infatti una notevole abilità pittorica, dipingendo e disegnando, attività che offrirono agli scienziati uno spaccato inedito sulle sue capacità espressive e percettive. Queste performance, meticolosamente documentate, fornirono prove concrete del fatto che altre specie possiedono una mente capace di operazioni cognitive sofisticate, gettando una luce nuova sulle radici evolutive condivise. Il suo percorso, segnato da un addestramento rispettoso e da una relazione di fiducia con i ricercatori, ha così tracciato una mappa preziosa per esplorare i confini, più labili di quanto si pensasse, tra l’intelligenza umana e quella dei nostri parenti più prossimi.
Il silenzio di una pioniera
La sua scomparsa lascia un vuoto tangibile nel laboratorio che è stata la sua casa per tutta la vita, ma il lascito dei dati e delle osservazioni raccolte in quasi cinquant’anni di vita continuerà a orientare il lavoro degli etologi e degli psicologi comparati. Il caso di Ai, del resto, rappresenta un pilastro nella letteratura scientifica, uno di quelli che costringono a riformulare le domande di fondo su cosa significhi pensare e apprendere. Senza il suo contributo, la nostra comprensione della continuità tra le menti nel regno animale sarebbe certamente più povera e meno sfumata.




