«La giustizia è condizionata da un vergognoso mercato di nomine». Marina Berlusconi, il sì al referendum e la maratona di Forza Italia davanti alla Cassazione
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Redazione Interno
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La presidente di Fininvest e Mondadori, Marina Berlusconi, ha rotto il silenzio e lo ha fatto, come suo costume, con una presa di posizione netta che, nell’arco di poche ore, ha riallineato gli equilibri del centrodestra a poco più di un mese dalla consultazione referendaria del 22 e 23 marzo. In un’intervista rilasciata a Daniele Manca per il Corriere della Sera, la primogenita del fondatore di Forza Italia ha dichiarato senza esitazioni la propria intenzione di voto: un sì convinto alla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, motivato non da ragioni dinastiche o da spirito di rivalsa – sebbene il ricordo della «persecuzione giudiziaria» subìta dal padre Silvio affiori comunque, quasi come un retaggio genetico ineludibile – ma dalla necessità di restituire effettiva terzietà al giudice -2-5-10. La sua, ha tenuto a precisare, non è una resa dei conti politica né un voto pro o contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, bensì una scelta di merito, l’esercizio autentico di quello strumento di democrazia diretta che, a suo avviso, dovrebbe servire proprio a valutare i contenuti e non le appartenenze -5.
Il cuore dell’intervento, destinato a segnare l’agenda politica delle prossime settimane, risiede nella definizione – volutamente cruda e priva di giri di parole – del sistema di governo autonomo della magistratura come un «vergognoso mercato delle nomine» -1-9. Non è, questa, una critica rivolta alla totalità dei magistrati, ai quali pure riconosce libertà di pensiero e funzione costituzionale, ma è piuttosto un atto d’accusa diretto al sistema correntizio che, a suo dire, avrebbe colonizzato il Consiglio superiore della magistratura trasformandolo in un «gran bazar» -2. In quel bazar, spiega la presidente di Fininvest, le nomine ai vertici degli uffici giudiziari finiscono per assomigliare a cambiali da onorare, le promozioni a veri e propri pagherò da scontare tra correnti amiche, in un intreccio opaco che condiziona la vita professionale dei pm e dei giudici e, di riflesso, la qualità stessa della giurisdizione -5. Una deriva, quella del collateralismo associativo, che la riforma costituzionale – introducendo il sorteggio per i componenti togati e sdoppiando l’organo di autogoverno – si propone di spezzare, restituendo ai cittadini una giustizia che, nelle parole della Berlusconi, sia finalmente «giusta» perché davvero imparziale -7-10.
L’assedio al Palazzaccio e la regia silenziosa di piazza Cavour
L’endorsement della figlia del Cavaliere non è rimasto confinato alle pagine del quotidiano milanese, ma ha immediatamente innescato una mobilitazione sul campo che, per molti versi, richiama le stagioni più combattive del partito fondato trent’anni fa a discesa già avvenuta. Secondo quanto ricostruito da fonti parlamentari e riportato da retroscena pubblicati nelle ore successive all’intervista, Forza Italia ha infatti organizzato una vera e propria maratona oratoria che, a partire dal prossimo 2 marzo, occuperà per sette giorni consecutivi gli scaloni di piazza Cavour, dinanzi alla Corte di Cassazione -4. L’iniziativa, formalmente priva di stendardi di partito e aperta al contributo dei comitati civici come il Comitato “Sì separa” guidato dall’avvocato Gian Domenico Caiazza o la Fondazione Einaudi, vedrà la partecipazione attiva di diversi esponenti azzurri, tra i quali spicca il deputato Enrico Costa, da tempo impegnato in una controffensiva serrata contro quelle che definisce le «bufale» del fronte del No -4. Non è un caso, del resto, che la scelta del luogo e della formula ricalchi quasi pedissequamente un’altra mobilitazione, quella del 2019, quando i big forzisti si radunarono proprio sul sagrato del Palazzaccio per sostenere la riforma della prescrizione: un filo rosso che lega simbolicamente le due battaglie e che, nell’immaginario collettivo, riporta alla memoria la figura di Silvio Berlusconi, quel padre la cui eredità politica – come dimostra questa sorta di discesa in campo in absentia – non sembra affatto avere eredi univoci.
Il futuro di Forza Italia tra gratitudine e necessario rinnovamento
Se sul fronte referendario la posizione è granitica e priva di ambiguità, più articolato – e, per certi versi, denso di implicazioni – risulta il passaggio dedicato agli assetti interni di Forza Italia e al ruolo del suo attuale leader, Antonio Tajani. Marina Berlusconi ha voluto, innanzitutto, sgombrare il campo da una narrazione che la vorrebbe pronta a scendere personalmente nell’agone politico: il suo lavoro, ribadisce con una punta di orgoglio che traspare tra le righe, è altrove e le soddisfazioni professionali – i bilanci record di Mediolanum, la solidità di Mondadori, il successo del progetto di tv europea voluto dal fratello Pier Silvio – rappresentano già un impegno a tempo pieno -5-6. Tuttavia, la puntualizzazione sulla sua estraneità a candidature o correnti non le impedisce di tracciare, quasi come un deus ex machina che compare sulla scena per orientare il destino dei personaggi, la rotta che il partito dovrebbe seguire. A Tajani, spiega, gli elettori forzisti devono «solo esprimere gratitudine e apprezzamento» per aver tenuto salda la barra nel periodo immediatamente successivo alla scomparsa del fondatore, ma ora – ed è questo il passaggio politicamente più denso – «comincia una fase nuova, in cui bisogna guardare avanti e costruire il futuro» -5-6. Parole che, nella loro calibrata cortesia istituzionale, contengono una chiara indicazione di metodo: il rinnovamento non è più rinviabile, il partito deve aprirsi alla società civile, deve «allargare» la propria base e far circolare liberamente le idee, anche quelle del vicesegretario Roberto Occhiuto o di altri potenziali leader in erba, purché lo si faccia senza lacerazioni e senza mettere a repentaglio quell’unità che, nel centrodestra, rappresenta pur sempre la precondizione per governare -1-5.
I confini della coalizione e il giudizio sugli estremismi
Proprio il tema dell’unità e dei suoi limiti costituisce, probabilmente, la notazione più politica dell’intera intervista, quella destinata a lasciare il segno nel dibattito interno alla maggioranza. Alla domanda sull’eventuale uscita di scena di Roberto Vannacci dalla Lega, infatti, la risposta di Marina Berlusconi non lascia spazio a diplomatiche ambiguità: l’allontanamento del generale, qualora si verificasse, «non sarebbe una gran perdita», anzi, potrebbe rivelarsi «una opportunità per liberare il centrodestra da pericolosi estremismi» -5-9-10. La frase, secca e priva di attenuanti, suona come una revoca implicita di qualsiasi legittimazione politica a quelle frange identitarie e sovraniste che, a destra, hanno spesso trovato in Vannacci un punto di riferimento mediatico, e costituisce al contempo una netta demarcazione valoriale: la coalizione guidata da Giorgia Meloni, agli occhi dell’erede morale del Cavaliere, deve mantenersi saldamente ancorata a quell’area moderata ed europeista che è sempre stata il baricentro della tradizione azzurra. Gli eccessi, aggiunge con una generalizzazione che non risparmia nessuno, «fanno male a destra come a sinistra» e il governo, nella sua azione quotidiana, ha finora mostrato equilibrio, ottenendo risultati significativi sul fronte della credibilità internazionale e dei conti pubblici -2-5. Non manca, infine, un’ennesima stoccata all’inquilino della Casa Bianca: Donald Trump – ribadisce la presidente di Fininvest – incarna un modello di «prevaricazione» e «affarismo» che nulla ha a che fare con la difesa della libertà e della democrazia, valori che invece, a suo avviso, restano il solo vero baluardo contro l’avanzata di un mondo sempre più distopico e autoreferenziale -5-10.




