Trump, aziende e criptovalute: l'inchiesta su token e riciclaggio da 28 miliardi
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Redazione Economia
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La disinvoltura con cui la famiglia Trump conduce i propri affari su scala globale, una caratteristica ormai consolidata, si interseca con la crescente popolarità del settore delle criptovalute, verso cui l’amministrazione attuale ha mostrato una decisa predisposizione. Un cambio di rotta notevole per il presidente, il quale, se nel 2021 non esitava a bollare le valute digitali come una truffa, oggi si trova al centro di un ecosistema finanziario che, favorito dalle norme da lui stesso varate, è finito sotto la lente di numerose inchieste per i consistenti flussi di denaro illecito che lo attraversano. È di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia di un accordo siglato tra la Trump Organization e la saudita Dar Global per la realizzazione di un resort di lusso alle Maldove, progetto che verrà finanziato proprio attraverso la tecnologia blockchain.
Le accuse dei senatori democratici
Proprio in questo contesto, si inserisce l’accusa mossa da alcuni senatori democratici, i quali sostengono che un’azienda riconducibile a Trump abbia venduto token digitali ad acquirenti provenienti da Paesi soggetti a severe sanzioni internazionali, come Corea del Nord, Iran e Russia. Una pratica, questa, che solleva interrogativi non solo sulla liceità delle operazioni, ma anche sulla permeabilità dei confini finanziari in un’epoca dominata dagli asset digitali. La facilità con cui tali transazioni possono essere effettuate, del resto, rappresenta una delle critiche principali mosse da chi guarda con scetticismo alla deregolamentazione del settore.
L'inchiesta sul riciclaggio in criptovalute
A dare consistenza numerica a queste preoccupazioni giunge un’approfondita inchiesta giornalistica portata avanti dal Consorzio internazionale di giornalismo investigativo, lo stesso noto per i Panama Papers, in collaborazione con il New York Times e altre testate. La ricerca documenta come, a seguito delle politiche di liberalizzazione implementate, ben 28 miliardi di dollari di proventi illeciti siano stati riciclati attraverso l’utilizzo di criptovalute. Una somma enorme, che evidenzia le dimensioni del fenomeno e la sua capacità di attrarre capitali legati ad attività criminali di varia natura, le quali trovano nella presunta opacità delle transazioni digitali un canale apparentemente privilegiato.
L'operazione Europol contro il finanziamento illecito
Sul fronte delle indagini, non mancano le operazioni di contrasto portate a termine dalle forze di polizia internazionali. Europol, in una recente azione condotta in collaborazione con l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale e la Polizia nazionale spagnola, ha messo fuori gioco sessantanove piattaforme di streaming illegale che si avvalevano di criptovalute per il loro finanziamento. L’iniziativa, che ha visto la partecipazione di investigatori di diverse nazionalità riuniti ad Alicante, si è concentrata specificamente sull’identificare e sul neutralizzare operazioni di pirateria digitale sostenute economicamente attraverso questo tipo di valute, dimostrando come il loro impiego non sia circoscritto al solo riciclaggio di denaro ma si estenda anche al sostentamento di altre illegalità.




