Settima notte di raid Usa in Iran: colpite infrastrutture civili, due petroliere esplodono nello Stretto di Hormuz

Settima notte di raid Usa in Iran: colpite infrastrutture civili, due petroliere esplodono nello Stretto di Hormuz
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’incubo che aleggiava sulle minacce del presidente americano, che aveva promesso di colpire le infrastrutture civili iraniane per costringere Teheran a tornare al tavolo delle trattative, si sta tragicamente materializzando.

Nella notte tra giovedì e venerdì, le forze statunitensi hanno infatti condotto la settima ondata consecutiva di raid, concentrandosi sulla parte meridionale dell’Iran e prendendo di mira ponti e strutture considerate essenziali per la popolazione, in un’escalation che ha superato i confini del conflitto militare tradizionale per entrare in una fase più controversa e pericolosa.

Il settimo giorno di attacchi e il bilancio delle vittime

Il comando centrale statunitense, in un post su X, ha confermato l’inizio dei nuovi attacchi, definendoli operazioni progettate per “continuare a indebolire le capacità militari iraniane”. Questa dichiarazione ufficiale, tuttavia, contrasta con le segnalazioni provenienti dai media statali iraniani e dalle autorità locali, che hanno documentato danni ingenti a infrastrutture civili, tra cui almeno cinque ponti nella provincia di Hormozgan e l’aeroporto di Iranshahr.

Un portavoce del ministero della Salute iraniano ha reso noto che, al mattino di venerdì, i rinnovati attacchi statunitensi avevano già causato la morte di almeno 38 persone e il ferimento di oltre 400. Il ministero dell’Energia, dal canto suo, ha fatto appello alla popolazione affinché riducesse l’uso di elettricità e condizionatori, poiché la rete elettrica è stata messa a dura prova dagli attacchi alle strutture energetiche nel sud del paese, dove le temperature sono torride.

L'esplosione delle petroliere e la chiusura di Hormuz

In un contesto di crescente tensione, la televisione di Stato iraniana ha riferito di un grave incidente nello Stretto di Hormuz, dove due petroliere sarebbero esplose dopo aver percorso una rotta minata a sud dello Stretto. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha accusato i servizi segreti americani di aver tratto in inganno le navi, spingendole ad attraversare l’area minata.

In una dichiarazione, l’IRGC ha ribadito che lo Stretto di Hormuz rimane “estremamente pericoloso e completamente chiuso” fino a quando non cesseranno le operazioni militari statunitensi contro l’Iran, minacciando di bloccare ogni esportazione di petrolio, gas e fertilizzanti chimici dalla regione. Questo scenario rappresenta un'evoluzione drammatica rispetto al memorandum d’intesa siglato a giugno, ormai definitivamente compromesso dalla riapertura del blocco navale americano.

La minaccia di Trump e le ripercussioni regionali

L’intensificazione dei raid, che molti osservatori temono possa diventare più violenta del conflitto israelo-statunitense dei “40 giorni” iniziato lo scorso febbraio, è la diretta conseguenza delle minacce lanciate dal presidente Trump. In un’intervista alla Fox News, Trump aveva avvertito che “la prossima settimana sarà molto brutta per loro”, promettendo di “distruggere tutte le loro centrali elettriche e tutti i loro ponti” se Teheran non si fosse seduta al tavolo delle trattative.

L’amministrazione ha inoltre informato Israele dell’invio di decine di aerei cisterna aggiuntivi, in un segnale di preparazione a una possibile espansione del conflitto anche su altri fronti. L’IRGC ha risposto con dure minacce, avvertendo che “l’intera regione pagherà il prezzo” se gli attacchi alle infrastrutture civili dovessero continuare, e rivendicando attacchi contro basi militari statunitensi in Bahrain, Kuwait e Giordania.

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