Quando la chimica sfida la fisica, e vince il Nobel
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La scoperta che ha rivoluzionato il mondo della chimica moderna, premiata con il Nobel, nasce da un'intuizione tanto semplice quanto geniale: creare materiali porosi capaci di immagazzinare enormi quantità di gas in volumi ridottissimi. Tre scienziati, tra i quali spicca la figura di Omar Yaghi, hanno trasformato questa visione in una realtà concreta, sviluppando strutture molecolari che, sfidando le leggi della fisica apparente, riescono a contenere superfici estese quanto un campo da calcio in uno spazio grande come una zolletta di zucchero. Si tratta dei cosiddetti reticoli metallorganici, architetture complesse composte da molecole organiche e ioni metallici, le cui cavità sono in grado di catturare e trattenere sostanze gassose con un'efficienza senza precedenti.
Dall'idea pionieristica alla realizzazione pratica
Il pioniere dell'idea alla base della scoperta è Richard Robson, oggi ottantottenne e da sei decenni in forze all'università di Melbourne. La sua concezione teorica, che all'epoca poteva apparire come un'affascinante astrazione, ha trovato piena realizzazione attraverso il lavoro indipendente e parallelo dei suoi colleghi. Susumu Kitagawa, dell'Università di Tokyo, e Omar M. Yaghi, dell'Università di Berkeley in California, hanno infatti sviluppato, ciascuno con il proprio approccio, queste strutture cristalline, aprendo la strada a applicazioni che vanno ben oltre la ricerca di base. La loro collaborazione ideale, sebbene non materiale, ha permesso di esplorare le potenzialità dei materiali da angolazioni diverse ma complementari.
Una tecnologia per il futuro
Le implicazioni di questa invenzione sono vastissime e toccano da vicino alcune delle sfide più pressanti per l'umanità, come la crisi idrica e la transizione energetica. Già più di un anno fa, una ricerca straordinaria aveva dimostrato la possibilità di utilizzare un nuovo materiale, sviluppato proprio dal chimico Omar Yaghi, per estrarre acqua dall'aria del deserto senza consumare energia elettrica. Quella che allora era una scoperta promettente, annunciata con lungimiranza, è oggi diventata una pietra miliare della scienza dei materiali, riconosciuta con il massimo attestato di merito. La capacità di questi "serbatoi molecolari" di catturare anidride carbonica o di immagazzinare idrogeno come combustibile pulito ne fa, infatti, uno strumento potentissimo per la sostenibilità ambientale.
Il percorso di uno scienziato visionario
La vicenda personale di Omar Yaghi, da rifugiato palestinese a Premio Nobel per la Chimica, aggiunge un ulteriore strato di significato a un successo scientifico già di per sé eccezionale. La sua storia è un esempio di come il talento e la determinazione possano superare barriere e circostanze avverse. Pochi mesi prima del riconoscimento più alto, lo scienziato era stato insignito del Premio Balzan per le sue ideazioni nel campo della chimica reticolare, un anticipatore di quel che sarebbe poi accaduto a Stoccolma. In quell'occasione, aveva avuto modo di spiegare il cuore del suo lavoro, dichiarando: «Così catturo l'acqua dall'aria per la siccità», sintetizzando con una frase chiara e diretta l'enorme potenziale di una ricerca apparentemente astratta.




