L'Ue tratta con i talebani a Bruxelles, l'incontro della discordia sui rimpatri
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Redazione Esteri
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Ha suscitato un vespaio di polemiche la decisione della Commissione europea di invitare a Bruxelles una delegazione di cinque rappresentanti del regime talebano, un atto che, sebbene presentato come un colloquio tecnico, ha scatenato proteste e durissime critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani e di numerosi europarlamentari.
L'incontro, svoltosi martedì 23 giugno e incentrato sulle modalità di rimpatrio dei cittadini afghani che non hanno titolo per restare nel territorio dell'Unione, è stato definito "l'incontro della vergogna" dai manifestanti che si sono radunati in place du Trône a Bruxelles, segnando di fatto una svolta nelle politiche migratorie europee e aprendo un delicato precedente nei rapporti con Kabul.
Una scelta tecnica o un atto politico?
La Commissione ha giustificato l'invito, che giunge a cinque anni dalla presa del potere da parte dei talebani e dopo il ritiro delle truppe occidentali, come una risposta alle richieste di ben venti Stati membri, i quali avevano sollecitato un coordinamento a livello europeo per facilitare i rimpatri, concentrandosi in particolare su individui responsabili di "reati gravi" o che rappresentano una "minaccia per la sicurezza".
Il portavoce della Commissione, Markus Lammert, ha specificato che l'incontro, copresieduto dalla Commissione e dalla Svezia, aveva un livello puramente tecnico e non implicava alcun riconoscimento politico del governo talebano, una linea difesa anche dal ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot. Le autorità belghe hanno concesso ai delegati, tra cui il portavoce del ministero degli Esteri afghano Abdul Qahar Balkhi, un visto della durata di un giorno con validità esclusivamente sul territorio belga, escludendo il resto dell'area Schengen.
Le critiche delle ong e il grido d'allarme
Nonostante le rassicurazioni, la scelta è stata accolta con un fronte di critiche durissime, che hanno messo in guardia dalla pericolosa ipocrisia di un Occidente che, da un lato, condanna le violazioni dei diritti umani e, dall'altro, si siede al tavolo con un regime che le stesse ong definiscono responsabile di un "apartheid di genere".
La Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH) ha denunciato che l'invito conferisce una forma di legittimità politica a un regime anti-democratico, mentre Amnesty International ha definito "inaccettabile" che l'Unione europea cerchi di rimpatriare persone in un Paese diventato ancora più pericoloso dopo la crisi del 2021. "I paesi Ue stanno minando la loro credibilità condannando gli abusi dei talebani da un lato e collaborando con loro per il rimpatrio forzato degli afghani dall'altro", ha dichiarato Fereshta Abbasi di Human Rights Watch.
Il peso della risoluzione del Parlamento europeo
La riunione di Bruxelles si è consumata nonostante una risoluzione approvata dal Parlamento europeo lo scorso 21 maggio con 480 voti, che definiva "apartheid di genere" il trattamento inflitto alle donne afghane e chiedeva di rinunciare a qualsiasi contatto con il regime.
A ciò si sono aggiunte le pressioni di 83 organizzazioni non governative e l'opposizione di molti eurodeputati, come la presidente della delegazione per le relazioni con l'Afghanistan, che ha sollecitato l'arresto dei delegati per presunti crimini contro l'umanità, e Hannah Neumann del Partito Verde, secondo cui "ogni invito, ogni visto e ogni incontro ufficiale inviano un segnale politico", perché "i talebani non cercano discussioni tecniche, cercano legittimità".
L'ipocrisia dell'Occidente e le implicazioni per il futuro
L'incontro ha acceso i riflettori su quella che molti osservatori definiscono una politica a due pesi e due misure, sottolineando come l'Occidente dimostri un'ipocrisia senza fine nei confronti di regimi che, pur non riconosciuti ufficialmente, diventano improvvisamente interlocutori privilegiati quando si tratta di gestire i flussi migratori e le espulsioni.
La delegazione talebana, che ha descritto l'incontro come "storico", ha colto l'occasione per sollevare temi che vanno ben oltre i rimpatri, come la possibilità di una presenza consolare nell'Unione europea e "misure volte a rafforzare la fiducia reciproca", dimostrando come ogni dialogo, per quanto tecnico, si trasformi inevitabilmente in un'opportunità per il regime di uscire dall'isolamento internazionale.
Se da un lato l'Europa cerca di chiudere uno dei fronti migratori più consistenti, con circa un milione di richiedenti asilo afghani tra il 2013 e il 2024, dall'altro rischia di sacrificare i principi che dice di difendere, compiendo un passo che potrebbe avere ripercussioni ben più ampie del semplice dossier dei rimpatri.




