Sinner, il re di Wimbledon che sogna la patente della moto: «Sono brillo»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   È il corridoio che porta al campo centrale di Wimbledon, e Jannik Sinner lo ha percorso da dominatore per la seconda estate consecutiva. Sui muri color panna la storia del torneo, sotto le suole la moquette azzurrina calpestata dal numero uno al mondo prima di far crollare il muro di Berlino, quel Sascha Zverev che sulla terra di Parigi aveva imparato a vincere ma sull'erba londinese ha dovuto inchinarsi ancora una volta.

La finale, vinta in rimonta per 6-7, 7-6, 6-3, 6-4, ha consegnato all'azzurro il quinto titolo Major della carriera e il secondo consecutivo a Church Road, impresa che nell'Era Open era riuscita soltanto a dieci uomini prima di lui.

La rivincita dopo il ko di Parigi

La ciliegina sulla torta di una stagione che aveva rischiato di deragliare, o almeno di incepparsi, sugli scogli del Roland Garros. Per il secondo anno di fila Sinner trasforma la delusione parigina in carburante per Wimbledon: dodici mesi fa era stata la finale persa al quinto set contro Alcaraz, con tre match point annullati, a spingerlo verso il primo trionfo sull'erba.

Questa volta il dolore è stato più improvviso e quasi grottesco, un crollo al secondo turno contro Cerundolo quando conduceva due set a zero e 5-1 nel terzo, piegato da un colpo di calore che lo ha costretto a ritirarsi dalla competizione per un paio di settimane. «La maturità che stiamo vedendo in Jannik è straordinaria», ha commentato Darren Cahill, uno dei suoi allenatori, al termine della finale. «Prendere un pugno nello stomaco come quello di Parigi e tornare qui a lavorare come un matto, senza giocare tornei di preparazione, è il segno di un campione vero».

Il servizio come arma assoluta

Se c'è un fondamentale che ha fatto la differenza nel percorso londinese, e non solo, è il servizio. Simone Vagnozzi, il tecnico che segue Sinner da cinque stagioni e che ne ha plasmato la crescita tecnica, ha spiegato nei dettagli il lavoro svolto: «Quando ho iniziato a lavorare con lui, Jannik serviva con lo step back. Alla prima pausa abbiamo cambiato, passando allo step up. Il cambiamento più grande l'abbiamo fatto dopo lo US Open dello scorso anno: abbiamo rivoltato il servizio, modificato l'appoggio del piede e il lancio della palla, che ora è più vicino. prima si fermava bruscamente, adesso arriva, appoggia e spinge. Le velocità non sono incredibili, ma è molto più preciso, e questo gli permette di trovare gli angoli con maggiore facilità». I numeri danno ragione al lavoro certosino: nel 2026 Sinner ha alzato la percentuale di prime palle al 67,5%, vincenti l'81% dei punti con la prima e il 92% dei game di servizio, numeri da top del circuito.

Contro Zverev, in finale, ha concesso una sola palla break in tutto il match e l'ha annullata, mettendo a segno 15 ace e tenendo a bada il servizio del tedesco che pure viaggiava oltre i 200 km/h di media.

Il ballo dei campioni e le confidenze di Sinner

Ma il tennis, si sa, non è solo questione di numeri e di colpi. C'è anche il lato più umano, quello che emerge nei rituali mondani come il Champions' Ball, la cena di gala che conclude il torneo e che prevede il tradizionale ballo dei vincitori. Jannik Sinner, che lo scorso anno aveva ammesso con ironia di essere «molto, molto scarso» in pista da ballo e di temere l'imbarazzo, quest'anno si è presentato all'elegante hotel del centro di Londra con una marcia in più.

«Sono un po' brillo», ha scherzato arrivando alla serata, forse aiutato dallo champagne o forse semplicemente dalla leggerezza del trionfo. Fatto sta che il numero uno al mondo si è destreggiato con disinvoltura sulle note di "Can't Stop the Feeling!" di Justin Timberlake, accompagnando la campionessa ceca Linda Noskova in un balletto che ha strappato applausi e sorrisi. Un momento di svago, dopo una finale durata tre ore e quarantasei minuti, che conferma come il tennista altoatesino abbia imparato a gestire anche la pressione fuori dal campo.

L'esame della moto e la leggerezza di un campione

E a proposito di esami, c'è un altro test che Sinner continua a rimandare, e nonostante i successi sportivi, resta un capitolo aperto della sua vita privata. In un vlog pubblicato sul suo canale YouTube qualche mese fa, il super-coach Darren Cahill lo ha messo alle strette con una domanda a bruciapelo: «Quante volte hai dovuto ripetere l'esame per la patente della moto?». La reazione di Jannik è stata un misto di imbarazzo e ilarità, un tentativo di tergiversare («Dipende da cosa intendi») subito spento dall'insistenza del mentore.

La confessione è arrivata, tra le risate: «Tre volte». Tre bocciature per un ragazzo che in campo supera esami ogni partita, ma che sulla strada per la patente della moto deve ancora incassare il primo "promosso". Chissà che il quinto Slam e il secondo Wimbledon consecutivo non gli diano la carica giusta per provare a superare anche questo ostacolo, magari l'anno prossimo, quando tornerà a Londra per difendere il titolo e magari a ballare con ancora più scioltezza.

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