Le due facce della stessa medaglia: Ravezzani accusa Maldini, mentre l’Inter si gode il “regista” Calhanoglu
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Redazione Sport
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La sliding doors che separa Milano in due spicchi, quella famosa linea immaginaria che corre lungo Via Manin, non è mai stata così netta come in queste ultime ore. La doppietta di Hakan Calhanoglu, quella che ha steso il Como nella semifinale di Coppa Italia e spedito l’Inter in finale, ha riacceso i riflettori – e con essi le polemiche – su una delle operazioni a parametro zero più discusse della storia recente del calcio italiano. A rompere il silenzio, o forse a gettare semplicemente benzina sul fuoco, ci ha pensato Fabio Ravezzani, il direttore di Telelombardia, che attraverso il suo profilo social ha ricostruito i retroscena di quell’addio rossonero dell’estate 2021. Secondo la sua analisi, che in molti hanno definito impietosa, dietro la perdita del turco non ci sarebbe stata una mera questione economica, bensì una “grave distrazione” firmata Paolo Maldini.
Ravezzani, nel dettaglio, difende la strategia di fondo dell’ex direttore tecnico rossonero – “non poteva offrire i soldi di altri per rinnovare” – ma gli contesta un errore di vigilanza imperdonabile, ovvero non essersi accorto che l’Inter glielo stava soffiando da sotto il naso. Il nodo, come spesso accade nelle dinamiche di bilancio, sarebbe stato puramente aritmetico: una forbice di circa 500.000 euro, la differenza tra ciò che Milan offriva e ciò che l’Inter ha poi messo sul piatto per assicurarsi un regista che Stefano Pioli considerava “indispensabile”. E se è vero che il Milan di Pioli riuscì comunque a vincere lo scudetto l’anno successivo, ovvero nell’annata 2021/2022, è altrettanto vero che la perdita del centrocampista turco ha lasciato un vuoto tecnico che il club di Via Aldo Rossi non è mai riuscito a colmare davvero.
Se analizziamo la gestione successiva, quella della linea mediana rossonera, ci accorgiamo infatti di come quella mancata offerta abbia innescato un effetto domino distopico. Franck Kessie, che pure ha retto l’urto iniziale, giocava con caratteristiche profondamente diverse, più da incontrista che da costruttore di gioco, e anche lui salutò a parametro zero poco dopo. Ismael Bennacer, dal canto suo, si è sempre confrontato con una fragilità fisica cronica che gli ha impedito di garantire quella continuità che un playmaker di regia necessiterebbe. E poi? Poi la cronaca rossonera si è trasformata in un triste carosello: Krunic, Adli, Bakayoko, Vranckx, giusto per citarne alcuni, sono passati senza lasciare il segno; Musah si è dimostrato troppo pasticcione e anarchico per essere il metronomo della squadra, mentre Reijnders, pur essendo un ottimo giocatore, ha dovuto adattarsi a fare la mezzala, rivelando ben altro feeling con l’inserimento che con la costruzione dal basso. La sensazione, insomma, è che per risparmiare mezzo milione di euro (e malauguratamente accontentare le rigide tabelle salariali) il Milan abbia poi speso decine di milioni nel tentativo di ricostruire un’architettura di gioco che era crollata con la partenza del numero 10.
La conferma nerazzurra e il “lato umano”
Mentre la sponda rossonera della città discute ancora sulla responsabilità di quella perdita, dall’altra parte della barricata l’Inter gongola e, soprattutto, pianifica il futuro. A dispetto delle voci insistenti, quelle che periodicamente arrivano dalla Turchia (con il Galatasaray sempre in agguato), Hakan Calhanoglu ha le idee chiare. L’incontro dell’agente Gordon Stipic con la dirigenza, avvenuto proprio in occasione della semifinale di Coppa Italia, ha spazzato via ogni dubbio: il turco non solo resterà a Milano, ma è pronto a discutere il rinnovo di un contratto attualmente in scadenza nel 2027.
A certificare questa stabilità ci ha pensato anche il quotidiano Libero, che nella sua analisi ha sottolineato un aspetto che va oltre il singolo dato tecnico. Calhanoglu, nonostante i problemi fisici che ne hanno condizionato l’andamento altalenante, è “uno di quelli che, prima di cedere, dovresti pensarci dieci, cento, mille volte”. E l’Inter ci ha pensato, eccome. C’è poi un risvolto umano, spesso dimenticato: il calciatore parla pochissimo e si allena tantissimo. È un lavoratore nato. Quest’anno – aggiunge il giornale – ha giocato spesso sopra i suoi acciacchi muscolari, assumendosi rischi pur di non mollare la presa in una stagione così delicata, e la famosa strigliata ricevuta da Lautaro Martinez in estate è stata recepita come uno stimolo positivo, ricevendo la risposta migliore sul rettangolo verde.
L’ago della bilancia del derby di Milano
A guardare la classifica e a sentire gli addetti ai lavori, la percezione è che quella operazione risalente a quasi cinque anni fa abbia semplicemente cambiato i destini delle due squadre. Per l’Inter, aver acquisito un giocatore di questo spessore – capace di segnare 12 gol e distribuire 7 assist in stagione -4 – a costo zero e dall’acerrimo nemico è una vicenda che sa di capolavoro manageriale. Per il Milan, al contrario, rappresenta l’emblema di una gestione del patrimonio tecnico che ha premiato l’ortodossia finanziaria a scapito della solidità dello spogliatoio. La riflessione di Ravezzani, in questo senso, non è una semplice punzecchiatura giornalistica: è la fotografia di un distacco tecnico che si è materializzato in campo, dove adesso a dettare i tempi, a proteggere la difesa e a trasformare i calci di rigore (come nella doppietta al Como) c’è proprio colui che in rossonero non valeva mezzo milione di euro in più.




