Beirut: esercito nel sud, ma Netanyahu accusa e colpisce

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il capo dell'esercito libanese, Rodolphe Haykal, annuncia che il piano per recuperare il monopolio delle armi nel sud del paese è "in un momento avanzato", con gli obiettivi della prima fase già raggiunti, il premier israeliano Benjamin Netanyahu respinge con durezza gli sforzi di Beirut. L'accordo di delimitazione marittima mediato dagli Stati Uniti, che pure ha allentato per mesi le tensioni, viene brandito come un testo che "dice chiaramente" come Hezbollah debba essere "totalmente disarmato", una condizione che va ben al di là dell'attuale operazione delle forze armate libanesi, le quali godono del "pieno sostegno" del presidente Joseph Aoun, ex comandante in capo. Una divergenza di vedute, questa, che non resta confinata alle dichiarazioni, ma si trasforma immediatamente in azione militare sul campo, in un'escalation che rischia di vanificare qualsiasi tentativo di stabilizzazione.

Il piano libanese e le obiezioni israeliane

Il dispiegamento dell'esercito regolare libanese nelle aree meridionali, tradizionalmente sotto il ferreo controllo del partito-milizia sciita, rappresenta una mossa delicata e carica di significati politici interni, volta a riaffermare, almeno formalmente, l'autorità dello stato in un territorio a lungo conteso. Questa iniziativa, però, viene interpretata da Tel Aviv come un palliativo insufficiente, se non addirittura come una foglia di fico che copre la persistente potenza militare di Hezbollah, che Netanyahu considera la principale minaccia esistenziale lungo il confine settentrionale. La risposta israeliana, pertanto, non si fa attendere e assume la forma di un'incursione aerea che, secondo quanto riferito dalle autorità di Beirut, ha ucciso una persona colpendo un veicolo nella zona di Sidone, un'azione che l'Idf ha giustificato prendendo di mira un "membro di Hezbollah".

L'attivismo di Trump e la crisi di Gaza

Sullo sfondo di questa recrudescenza di violenze al confine libanese-israeliano, procede il piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il futuro di Gaza, un altro focolaio che continua a bruciare nonostante le dichiarazioni di cessate il fuoco. L'ex inviato Onu incaricato di contribuire a guidare il prossimo "Consiglio di pace" ha già avviato consultazioni, incontrando un alto funzionario dell'Autorità palestinese in Cisgiordania, in vista dell'annuncio atteso per questo mese, forse addirittura nella prossima settimana, riguardo alla composizione definitiva dell'organismo. Parallelamente, però, la Striscia rimane teatro di sangue: proprio ieri, raid israeliani hanno causato la morte di quattordici persone, tra le quali cinque bambini, in un ennesimo episodio che dimostra quanto la situazione sul terreno resti tragica e instabile, nonostante i tentativi diplomatici.

La spirale militare sul confine settentrionale

L'annuncio delle Forze di Difesa Israeliane di aver condotto attacchi in "diverse aree" del Libano, specificando di aver colpito depositi e un sito di produzione di armi di Hezbollah destinati alla "rimessa in efficienza e al rafforzamento militare", delinea una strategia che va oltre la rappresaglia puntuale e mira a degradare le capacità logistiche e industriali della milizia. Questa escalation, che segue di poche ore la dichiarazione libanese sui progressi nel sud, indica come Israele non intenda affidarsi alle promesse di Beirut e preferisca agire direttamente, in una pericolosa sovrapposizione tra l'azione dell'esercito regolare libanese, che cerca faticosamente di estendere la propria presenza, e la campagna di bombardamenti israeliani, che quella stessa presenza rischia di minare alla base colpendo infrastrutture nel territorio nazionale.

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