Ottava notte di raid americani sull'Iran, Teheran risponde nel Golfo. Due militari Usa uccisi in Giordania
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Redazione Esteri
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Prosegue senza sosta l'escalation tra Stati Uniti e Iran, con l'ottava notte consecutiva di raid americani sul territorio iraniano e una conseguente, immediata risposta di Teheran che ha allargato il fronte del conflitto, prendendo di mira installazioni militari statunitensi in Kuwait.
La nuova ondata di attacchi, confermata dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), rappresenta un significativo inasprimento delle ostilità, direttamente collegato all'attacco del 17 luglio contro la base aerea Muwaffaq al Salti, in Giordania, un'azione che è costata la vita a due militari statunitensi e ne ha lasciato un terzo disperso, mentre le fonti parlano di un bilancio di feriti che sarebbe più grave di quanto inizialmente comunicato.
L'operazione militare statunitense, condotta su ordine del presidente Donald Trump, si inserisce in una strategia più ampia che mira a degradare le capacità belliche dell'Iran, con un'attenzione particolare alla minaccia rappresentata dallo Stretto di Hormuz, e a rispondere con forza agli attacchi che hanno colpito i soldati americani in Giordania.
La nuova offensiva americana e gli obiettivi strategici
Secondo quanto reso noto dal Centcom, i raid notturni si sono concentrati in particolare nel sud dell'Iran, lungo le coste del Golfo Persico e nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, che rappresenta un crocevia strategico per il traffico energetico mondiale.
Gli attacchi hanno preso di mira una serie di obiettivi militari iraniani, tra cui strutture di sorveglianza costiera, sistemi di difesa aerea, mezzi navali e depositi sotterranei utilizzati per lo stoccaggio di missili e droni, oltre a specifiche unità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ritenute responsabili degli attacchi contro le forze statunitensi in Giordania.
Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito di violente esplosioni in diverse località, tra cui l'isola di Qeshm, dove almeno sei missili avrebbero colpito aree periferiche, e nelle vicinanze delle città di Sirik e Bandar Abbas, senza che le autorità locali abbiano tuttavia confermato vittime tra la popolazione civile, limitandosi a segnalare danni materiali ancora da quantificare con precisione.
L'offensiva statunitense, che giunge alla sua ottava notte consecutiva, appare progettata non solo per infliggere un duro colpo alle infrastrutture militari iraniane, ma anche per inviare un messaggio chiaro riguardo alla determinazione di Washington nel proteggere i propri interessi e il personale nella regione, in un momento in cui la tensione sembra ormai aver superato ogni punto di non ritorno.
La replica di Teheran: missili e droni contro il Kuwait
La risposta dell'Iran non si è fatta attendere, dimostrando una notevole capacità di proiezione di forza oltre i propri confini. Le forze armate iraniane hanno annunciato di aver lanciato una nuova, massiccia ondata di missili e droni contro installazioni militari statunitensi in Kuwait, come parte dell'operazione denominata "Saeqa", che secondo Teheran sarebbe giunta alla sua diciassettesima fase.
Gli obiettivi dichiarati includono il deposito di munizioni di Camp Udairi, nonché sistemi radar e missilistici Patriot presso la base aerea di Ali Al Salem, a conferma della volontà di colpire non solo le truppe ma anche le capacità di difesa aerea schierate dagli americani a sostegno degli alleati del Golfo.
Le autorità kuwaitiane hanno confermato che le proprie difese aeree sono state impegnate per tutta la notte nell'intercettazione di droni e missili "ostili", mentre nella capitale sono state udite forti esplosioni e sono scattate le sirene d'allarme, con il traffico aereo internazionale sospeso in via precauzionale.
La scelta di Teheran di concentrare la rappresaglia sul Kuwait, piuttosto che rispondere direttamente sul proprio territorio, appare strategica: mira a colpire gli interessi americani nei Paesi alleati, aumentando la pressione sugli Stati Uniti e sui loro partner regionali, e a dimostrare che il conflitto ha ormai superato i confini iraniani, coinvolgendo un numero crescente di nazioni e mettendo a dura prova la stabilità dell'intera area del Golfo.
Il bilancio delle vittime e le preoccupazioni per il conflitto
L'episodio che ha scatenato la furia americana è stato l'attacco alla base aerea di Muwaffaq al Salti in Giordania, un'azione che ha causato la morte di due soldati statunitensi, mentre le condizioni di un terzo militare, inizialmente dato per disperso, rimangono avvolte nell'incertezza, con fonti non ufficiali che non escludono che il corpo possa essere stato dilaniato dall'esplosione.
A questi si aggiungono i numerosi feriti, un tributo umano che il presidente Trump ha definito "doloroso", ribadendo tuttavia la necessità della campagna militare per impedire all'Iran di sviluppare un'arma nucleare e scongiurare un allargamento del conflitto che, a suo dire, sarebbe ancora più catastrofico.
Sul fronte opposto, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha accusato Washington di aver compromesso ogni possibilità di dialogo e ha promesso che gli Stati Uniti dovranno affrontare conseguenze ancora più gravi, mentre i Guardiani della Rivoluzione hanno giustificato le proprie azioni richiamandosi a un precetto coranico che invita a reagire con la stessa forza con cui si viene aggrediti, in assenza di un'autorità internazionale in grado di fermare quella che definiscono come "brutalità" dell'esercito statunitense.
La comunità internazionale, da parte sua, assiste con crescente apprensione a un conflitto che si sta rapidamente trasformando in una vera e propria guerra regionale, con il coinvolgimento di Paesi come Kuwait, Giordania, Bahrein e Arabia Saudita, e il timore che la situazione possa sfuggire a ogni controllo, con conseguenze devastanti per la sicurezza di milioni di persone.




