Antitrust blocca Meta, WhatsApp non può chiudere alle altre intelligenze artificiali
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Redazione Economia
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Un intervento a sorpresa dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha interrotto, alla vigilia delle festività, la strategia con cui Meta intendeva riservare a sé stessa il mercato dei chatbot all’interno di WhatsApp. Il provvedimento cautelare, che risponde a un’istruttoria avviata diversi mesi fa, impone la sospensione immediata delle nuove condizioni contrattuali che il gruppo avrebbe applicato dal prossimo gennaio, le quali di fatto avrebbero estromesso i servizi di intelligenza artificiale concorrenti dalla piattaforma di messaggistica. Un comportamento, secondo i giudici dell’Antitrust, che configurerebbe un abuso di posizione dominante, con l’effetto di limitare lo sviluppo tecnologico e di ridurre le scelte a disposizione degli utenti, i quali si sarebbero trovati obbligati a utilizzare esclusivamente Meta AI, il servizio interno integrato in “posizione preminente” nell’applicazione.
Il provvedimento e la replica aziendale
La misura adottata dall’Agcm, la cui tempistica non è affatto casuale, blocca sul nascere il piano che avrebbe blindato WhatsApp alle sole soluzioni del gruppo, impedendo ad altri operatori, come per esempio quelli che sviluppano modelli del calibro di ChatGPT, di offrire i propri servizi attraverso le Business API. Meta ha replicato con veemenza alla decisione, definendola “infondata” e annunciando il ricorso, attraverso un portavoce che ha sottolineato come l’emergere di questi chatbot abbia messo sotto pressione infrastrutture non progettate per un simile utilizzo. Una motivazione tecnica, questa, che si scontra con le valutazioni dell’authority, la quale vede nella mossa un tentativo di sfruttare il dominio di mercato della piattaforma per condizionare un settore in piena espansione come quello dell’intelligenza artificiale generativa.
Le implicazioni per il mercato
L’imposizione dell’Antitrust, se confermata, costringerà dunque Meta a mantenere WhatsApp aperto a servizi esterni, preservando una forma di pluralità in un ambito che si sta rivelando cruciale per lo sviluppo delle interazioni digitali. La vicenda si inserisce in un solco già tracciato da altri interventi delle autorità di vigilanza, europee e nazionali, tesi a prevenire che i giganti tecnologici possano sfruttare il controllo su piattaforme essenziali per soffocare l’innovazione concorrenziale. Si tratta, del resto, di una dinamica osservata in altri casi di cronaca nera giudiziaria, dove inchieste approfondite hanno portato alla luce meccanismi volti a consolidare posizioni di forza attraverso pratiche commerciali opache, sebbene in contesti e con modalità del tutto differenti.
Lo scenario dopo la sospensione
Con la sospensione delle condizioni, il panorama rimane in stallo in attesa degli sviluppi giudiziari che seguiranno al ricorso annunciato dall’azienda. Nel frattempo, gli sviluppatori di chatbot concorrenti potranno continuare a operare sulla piattaforma, evitando quella che sarebbe stata un’esclusione di fatto dal canale di comunicazione più utilizzato in Italia. La decisione dell’Agcm rappresenta un tentativo di bilanciare il potere di un operatore dominante, cercando di scongiurare un restringimento delle opzioni per imprese e consumatori finali, i quali avrebbero visto drasticamente ridursi la possibilità di scegliere tra differenti soluzioni tecnologiche per un servizio divenuto ormai ubiquitario.




