Perché il Mes torna al centro del dibattito europeo, tra resistenze italiane e pressioni Ue
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Redazione Interno
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Si torna a discutere del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), dopo che l’Eurogruppo – l’organismo che riunisce i ministri delle Finanze dei venti Paesi dell’eurozona – ne ha riproposto l’importanza in un contesto economico sempre più fragile. Sebbene in Italia venga spesso definito, in modo riduttivo, come “Fondo salva-Stati”, il Mes rappresenta uno strumento finanziario complesso, pensato per intervenire in situazioni di crisi, non solo sovrane ma anche bancarie. Eppure, proprio nel nostro Paese, l’adesione al trattato riformato rimane un nodo irrisolto, con il governo diviso e una maggioranza che continua a opporsi.
A ribadire con toni netti la contrarietà è stato Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, durante un’inaugurazione a Fiumicino. “Il Mes non serve, è un salvadanaio inutilizzato”, ha dichiarato, sottolineando come l’Italia vi abbia versato 15 miliardi senza ricevere benefici tangibili. Le sue parole riflettono una posizione consolidata nella Lega, ma anche in Fratelli d’Italia, che attraverso il deputato Marco Osnato ha rinnovato il proprio “no” alla ratifica. Un fronte compatto, almeno in apparenza, considerato che Forza Italia – pur europeista – avanza riserve sul controllo democratico del fondo, come ha precisato Antonio Tajani.
La pressione dell’Ue, tuttavia, si fa più insistente, soprattutto dopo la richiesta del Comitato di risoluzione unico, l’autorità che gestisce le crisi bancarie, perché tutti gli Stati membri approvino il nuovo Mes. Bruxelles, del resto, punta a completare l’Unione bancaria, un obiettivo che senza lo strumento – concepito per fornire liquidità in emergenze sistemiche – risulterebbe incompiuto. L’Italia, unico Paese a non aver ratificato il trattato, si trova dunque di fronte a una scelta delicata: adeguarsi alle regole comunitarie o mantenere una linea di diffidenza, con il rischio di isolamento.
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