Erdogan, la preghiera e la maledizione: “Israele pagherà per i morti che ha causato”
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Redazione Esteri
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Non c’è stato bisogno di sottotitoli, nella durezza delle parole pronunciate dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan al termine della preghiera del venerdì, per capire che il tono dello scontro con Israele ha raggiunto un’intensità raramente toccata in passato. A Rize, città natale della sua famiglia affacciata sul Mar Nero, Erdogan ha scelto il momento più sacro della settimana e il contesto della festività di Eid al-Fitr – che segna la fine del digiuno del Ramadan – per lanciare un appello che ha il sapore di una maledizione: “Possa Egli, il Dominatore, schiacciare e distruggere Israele”. Un’invocazione che non lascia spazio ad ambiguità, formulata utilizzando uno dei novantanove nomi di Dio nell’Islam, “Al-Kahrar”, colui che sottomette, per ribadire un concetto già espresso nei minuti precedenti: “Questo Israele sionista ha ucciso centinaia, persino migliaia di persone. Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo”.
Il Medio Oriente “incandescente” e il mirino su Netanyahu
L’analisi della situazione regionale da parte del leader turco, riportata dall’agenzia Anadolu, dipinge un quadro di “Medio Oriente incandescente”, una regione in ebollizione dove i recenti sviluppi militari – in particolare gli attacchi congiunti israelo-americani contro l’Iran – hanno rotto equilibri già fragili. Erdogan ha descritto il contesto come un “periodo in cui l’incertezza globale aumenta”, ma nel suo intervento a Rize non si è limitato a una generica preoccupazione. Ha invece puntato il dito contro quello che definisce il “terrorismo” del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver innescato una spirale di violenza che minaccia non solo la stabilità regionale, ma quella globale.
Ankara, in questo frangente, si trova a navigare in acque particolarmente agitate. Se da un lato Erdogan alza i toni con parole durissime contro lo Stato ebraico – accusato di bloccare gli aiuti umanitari a Gaza e di aver chiuso la moschea di al-Aqsa ai fedeli durante il Ramadan – dall’altro la Turchia cerca di mantenere una posizione cauta rispetto al conflitto diretto con Teheran, che ha visto il coinvolgimento degli Stati Uniti di Donald Trump, nuovamente alla Casa Bianca. Le parole del presidente turco arrivano a pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni dell’ex premier israeliano Naftali Bennett, che aveva paventato l’emergere di una “nuova minaccia turca”, un’ipotesi che gli analisti, come Pinar Dost dell’Atlantic Council, tendono a ridimensionare, ricordando come le crisi tra i due Paesi, inclusa quella della Mavi Marmara del 2010, siano sempre rientrate nel corso dei vent’anni di governo di Erdogan.
Il peso della neutralità turca e i calcoli strategici
In questo delicato gioco di equilibri, la posizione turca appare quindi duplice: da una parte una condanna morale e religiosa senza precedenti contro le operazioni israeliane, dall’altra una concreta offerta di mediazione e un rifiuto a farsi coinvolgere in una escalation militare diretta. Non si sono registrate, nelle dichiarazioni pubbliche, contestazioni esplicite agli Stati Uniti, nonostante Washington sia il principale alleato di Israele in questa fase. Ankara sembra piuttosto impegnata a rivendicare il proprio ruolo di “stabilizzatore” all’interno della Nato – un’alleanza di cui il presidente turco sottolinea la solidità – mentre cerca di impedire che il conflitto si allarghi ulteriormente ai propri confini.
Le preoccupazioni, in questo senso, non sono solo di natura geopolitica. Erdogan ha ricordato come le operazioni abbiano avuto un impatto diretto sul Libano, dove dal 2 marzo si contano almeno mille morti e oltre un milione di sfollati, e come le tensioni al confine tra Pakistan e Afghanistan siano state placate solo grazie a una tregua temporanea ottenuta con la mediazione di Ankara. La strategia, insomma, mira a contenere il “caos” che l’instabilità dell’Iran potrebbe riversare nella regione, senza per questo rinunciare a un linguaggio che, nel discorso pubblico interno e nel mondo islamico, posiziona Erdogan come il più feroce critico della politica di Netanyahu.
L’invocazione divina come atto politico
Tornando alla moschea di Rize, il significato del linguaggio utilizzato dal presidente turco trascende la semplice retorica politica. Scegliere di chiudere la preghiera del venerdì – il momento di massima partecipazione popolare – con una supplica affinché Dio stesso intervenga a distruggere Israele è un gesto che unisce la sfera della fede a quella della politica internazionale. “Possa Egli, il dominatore, schiacciare e distruggere Israele”, ha ripetuto Erdogan, aggiungendo un’ulteriore invocazione: “Che Dio ci protegga e ci preservi al più presto dalla calamità dei sionisti”.
Si tratta di parole che, secondo l’agenzia di stampa turca, sono state pronunciate a braccio al termine del sermone, suggerendo una volontà precisa di inasprire i toni in un momento storico in cui la regione è segnata dalle operazioni militari contro l’Iran e dalle tensioni per la chiusura dello Stretto di Hormuz. Erdogan ha descritto il mondo islamico come alle prese con “un percorso pieno di ostacoli, insidie, macchinazioni e trappole”, e ha indicato nella speranza e nella pazienza le armi per superare quella che ha definito una “genocidio sionista”. La comunità internazionale, e in particolare l’Occidente, assiste ora a questo nuovo capitolo dello scontro verbale, mentre la Turchia continua a muoversi su un crinale sottile: condannare con la massima durezza gli attacchi di Israele, senza però farsi coinvolgere in una guerra che rischierebbe di mandare in frantumi le precarie certezze economiche e di sicurezza nazionale.




