Burioni e le tre svolte nella lotta al tumore del pancreas

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Redazione Salute Redazione Salute   -   È stata una domenica, quella del 26 aprile, caratterizzata da un cauto ottimismo per i malati di cancro al pancreas, grazie alle dichiarazioni rilasciate dal professor Roberto Burioni durante la puntata del programma “Che tempo che fa” condotto da Fabio Fazio. Il noto virologo, ospite nel salotto del Nove, ha voluto condividere tre specifiche novità emerse dalla ricerca oncologica, le quali sembrano poter finalmente scalfire la resistenza di una delle neoplasie più temute e difficili da eradicare. L’entusiasmo, come spesso accade in questi casi, è alimentato da dati clinici presentati di recente nel corso del congresso dell’American Association for Cancer Research (AACR) tenutosi a San Diego, eventi che stanno ridisegnando gli orizzonti terapeutici per chi è affetto da questa malattia subdola.

Il vaccino personalizzato a mRna e la risposta immunitaria

La prima delle buone notizie menzionate da Burioni riguarda un innovativo vaccino terapeutico sperimentale che sfrutta la tecnologia dell’Rna messaggero; a differenza dei vaccini preventivi cui siamo abituati, questo è completamente personalizzato sulle mutazioni genetiche del tumore del singolo paziente. I risultati, sebbene ancora limitati a un gruppo ristretto di individui e presentati ufficialmente all'AACR, lasciano intravedere una potenziale svolta: lo studio condotto dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center ha infatti dimostrato che, tra i pazienti operati che hanno sviluppato una risposta immunitaria al vaccino (chiamato autogeno cevumeran), sette su otto erano ancora in vita a distanza di un lasso temporale compreso tra i quattro e i sei anni. Si tratta di un dato sorprendente se paragonato alla prognosi tradizionale, soprattutto se si considera che, nel gruppo di pazienti che invece non ha mostrato alcuna reazione difensiva da parte del sistema immunitario, soltanto due soggetti erano ancora vivi nello stesso arco temporale; la speranza, ora, è riposta nella sperimentazione di Fase 2 già avviata per validare questi segnali su scala più ampia.

L’attacco all’interruttore KRAS e i dati sull’inibizione mirata

La seconda scoperta, forse quella dal peso statistico più immediato, riguarda la possibilità di spegnere l’interruttore molecolare noto come Ras. Come spiegato dal virologo durante l’intervista, per anni si è pensato che questa proteina mutata – presente in oltre il 90% dei tumori pancreatici e responsabile della proliferazione incontrollata delle cellule cancerose – fosse indistruttibile o “non colpibile” con i farmaci tradizionali. Oggi questa convinzione è stata clamorosamente smentita dall’avvento degli inibitori di KRAS, in particolare da una molecola chiamata daraxonrasib (un inibitore RAS(ON) multi-selettivo), i cui risultati sono stati discussi proprio nel corso dell’AACR di San Diego. I numeri parlano chiaro e rappresentano una pietra miliare: in uno studio clinico di fase III condotto su pazienti metastatici che avevano già esaurito altre opzioni, la sopravvivenza mediana è stata portata da 6,7 mesi (con una seconda chemioterapia) a 13,2 mesi per chi assumeva il nuovo farmaco orale. “Non abbiamo mai visto risultati del genere”, ha commentato un docente di oncologia digestiva, sottolineando che il beneficio si traduce in un quasi raddoppio della vita residua per questi malati gravi, con un profilo di tossicità accettabile che non include gli effetti devastanti della chemio tradizionale.

Il terzo bersaglio e la strategia combinata alla “Hiv”

L’analisi di Burioni si è poi spostata su un terzo fronte, riguardante un enzima specifico denominato GSK3, un altro “ingranaggio rotto” che il tumore del pancreas sfrutta per replicarsi indisturbato bloccando al contempo l’efficacia delle difese immunitarie naturali dell’organismo. Anche in questo caso, i trial condotti su centinaia di pazienti metastatici hanno dimostrato che colpire questo bersaglio può allungare la sopravvivenza mediana da 6 a oltre 10 mesi. Tuttavia, il ragionamento del professore diventa particolarmente lucido quando spiega che la vera rivoluzione non risiede tanto nell’efficacia di un singolo farmaco, quanto nella possibilità di somministrarli in associazione proprio come si è fatto in passato con la lotta all’Hiv. Se ogni singolo principio attivo da solo sposta l’asticella della sopravvivenza di qualche mese, mettendoli insieme – il vaccino per risvegliare il sistema immunitario, gli inibitori di KRAS per bloccare la crescita e l’enzima GSK3 per impedire la replicazione – si potrebbe replicare il miracolo che ha trasformato l’Aids da condanna a morte a malattia cronica.

I limiti della diagnosi precoce e la resistenza della chimio

Mentre la comunità scientifica accoglie con favore questi avanzamenti – definiti “reali” dal presidente eletto dell’AACR – è doveroso ricordare il contesto drammatico in cui si inseriscono. Attualmente, solo un paziente su cinque riesce a ricevere una diagnosi in tempo utile per permettere l’asportazione chirurgica del tumore, che rimane l’unica vera opzione potenzialmente curativa. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, la malattia viene scoperta in fase avanzata o metastatica, quando l’unico strumento a disposizione è la chemioterapia; quest’ultima, come ha spiegato l’oncologo Brian Wolpin del Dana-Farber Cancer Institute, agisce però in modo indiscriminato colpendo sia le cellule malate che quelle sane, con effetti collaterali pesanti e un’efficacia purtroppo limitata nel lungo termine. I nuovi farmaci mirati, come gli inibitori di KRAS, non intendono necessariamente sostituire la chemio ma potrebbero rivelarsi superiori a essa nei pazienti già pesantemente pretrattati, offrendo una preziosa ancora di salvezza laddove prima non esistevano alternative valide.

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