Donald Trump citato in giudizio per la vendita delle api truth: «un sistema corrotto e incostituzionale»
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Redazione Economia
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Una nuova battaglia legale si apre per Donald Trump, questa volta con al centro la sua piattaforma social. Il presidente degli Stati Uniti è stato citato in giudizio davanti alla U.S. District Court di Manhattan da The Intercept Media e dalla Freedom of the Press Association, due organizzazioni che operano nel campo dell'informazione e della difesa della libertà di stampa.
L'oggetto della controversia è il servizio Truth API, lanciato da Trump Media & Technology Group, la società che possiede Truth Social, che offre l'accesso anticipato ai post del presidente a un prezzo che può raggiungere i 100.000 dollari al mese.
La denuncia: accesso privilegiato e arricchimento personale
Nell'atto depositato, i ricorrenti definiscono il sistema «profondamente corrotto e incostituzionale», sostenendo che Trump stia cercando di trarre un profitto personale dalla diffusione di informazioni governative. La tesi principale è che il servizio Truth API violi il Primo e il Quinto Emendamento della Costituzione americana. Secondo gli attori, il presidente non avrebbe il diritto di vendere l'accesso a dichiarazioni pubbliche ufficiali, creando un vantaggio per chi può permettersi di pagare, a discapito del pubblico e della stampa.
La causa mira a bloccare la pratica di pubblicare annunci ufficiali del governo esclusivamente su Truth Social, in concomitanza con l'esistenza di un feed a pagamento che garantisce un accesso privilegiato.
Un servizio pensato per influenzare i mercati finanziari
La controversia assume contorni particolarmente delicati per la capacità dei post di Trump di influenzare i mercati finanziari. L'ex presidente e ora nuovamente alla Casa Bianca, utilizza da tempo Truth Social come canale principale per annunci su dazi, conflitti internazionali e altre politiche governative, comunicazioni che spesso causano oscillazioni nei prezzi di azioni, petrolio e altre commodity.
L'amministratore delegato ad interim di Trump Media, Kevin McGurn, ha sottolineato come Truth API fornisca un feed in tempo reale «in pochi millisecondi», un vantaggio temporale che, come riferito anche da un'esponente democratica, per i trader ad alta frequenza può tradursi in centinaia di migliaia di dollari su una singola operazione, a spese dell'investitore medio che non può permettersi tale abbonamento.
Il servizio, attivo dal primo agosto, ha già attirato l'interesse, con McGurn che ha dichiarato di aver siglato oltre dieci contratti per importi che variano tra i 60.000 e i 100.000 dollari mensili.
Il conflitto di interessi: Trump principale azionista
Il fulcro dell'accusa risiede anche nel conflitto di interessi che coinvolge direttamente il presidente. Trump è il principale azionista di Trump Media & Technology Group, detenendo una partecipazione del 41,3% attraverso un trust revocabile, il cui valore è stimato intorno ai 950 milioni di dollari. Questo legame finanziario è stato al centro delle critiche, con la denuncia che sottolinea come ogni dollaro di ricavo generato da Truth API finisca direttamente nelle casse dell'azienda, andando a beneficio di Trump e degli altri azionisti.
I querelanti chiedono un provvedimento che dichiari incostituzionale la prassi di diffondere annunci ufficiali tramite un canale privato che offre accessi a pagamento, richiedendo inoltre un'ingiunzione per impedire al presidente e ai funzionari della Casa Bianca di continuare su questa strada.
Le reazioni e le difese di Trump Media
La causa ha attirato l'attenzione di diversi esponenti politici, con le senatrici democratiche Elizabeth Warren e Adam Schiff che avevano già sollecitato un'indagine della Securities and Exchange Commission (SEC) a fine luglio, definendo il servizio «un abuso oltraggioso dell'ufficio presidenziale». Di contro, un portavoce di Trump Media ha respinto le accuse, bollando l'iniziativa legale come un tentativo di «armare i tribunali per censurarlo» da parte di «attivisti di sinistra».
La società ha difeso Truth API come un servizio che fornisce un accesso più rapido a informazioni pubbliche, paragonandolo ad altre piattaforme che offrono feed in abbonamento, e accusando i critici di aver «inventato nuove teorie di insider trading» basate su informazioni già disponibili.
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