Petrolio, l’Ue studia il congelamento del price cap: la guerra in Iran rischia di riempire le casse del Cremlino

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ESTERI

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il meccanismo studiato per asfissiare le entrate energetiche della Russia rischia di trasformarsi in un boomerang normativo, complicando la vita ai suoi stessi artefici. L’impennata del prezzo del greggio, conseguenza diretta delle tensioni belliche in corso nel Golfo Persico e del blocco virtuale dello Stretto di Hormuz, sta mettendo a dura prova l’architettura delle sanzioni europee.

Secondo quanto anticipato dall’agenzia Bloomberg, che cita fonti informate sui dossier in esame, l’Unione Europea sta valutando l’ipotesi di un congelamento temporaneo del price cap sul petrolio russo; un freno di emergenza per impedire che la revisione automatica del tetto, prevista per la prossima estate, si traduca in un involontario regalo al Cremlino.

Il paradosso, per i diplomatici di Bruxelles, è di quelli difficili da digerire.

Lo scorso anno era stato adottato un meccanismo dinamico – pensato per rendere lo strumento sempre più efficace con il passare del tempo – che prevede la rideterminazione semestrale del limite al ribasso: il price cap viene automaticamente fissato al 15% sotto la media di mercato del greggio russo degli Urali.

Tuttavia, l’escalation in Medio Oriente ha alterato completamente le variabili in campo; l’oro nero ha visto impennare il proprio valore e, se la procedura andasse avanti senza interventi, a luglio il limite schizzerebbe dagli attuali 44,10 dollari a quota 65 dollari al barile.

Un livello, quest’ultimo, persino superiore alla soglia di 60 dollari concordata in passato dal G7, che avrebbe l’effetto perverso di legittimare incassi più alti per Mosca proprio mentre l’obiettivo dichiarato è quello di prosciugarne le finanze.

L’autogol normativo e il pressing militare ucraino

Per scongiurare questa eventualità, che molti analisti definiscono già come un possibile “autogol” strategico, l’esecutivo comunitario sta lavorando a un ventunesimo pacchetto di sanzioni i cui dettagli operativi dovrebbero essere finalizzati entro l’inizio di giugno. La proposta più concreta prevede il congelamento del price cap a 44,10 dollari, neutralizzando di fatto l’adeguamento automatico.

Non si tratta, va detto, di una sola opzione sul tavolo: tra le alternative circola anche l’idea di sospendere gli aumenti dinamici fino a fine anno, oppure quella di un “tetto nel tetto” che blocchi ogni rialzo ai fatidici 60 dollari. C’è poi un’altra variabile, altrettanto calda, che infiamma il dibattito tra gli stati membri: il fronte militare.

I riflettori, in queste ore, sono puntati sugli ennesimi attacchi con droni condotti dalle forze di Kiev contro l’infrastruttura energetica russa; raid che, stando ai rapporti di intelligence, hanno preso di mira raffinerie situate anche a notevole distanza dalla linea del fronte, nel tentativo di ridurre la capacità di raffinazione e prosciugare il carburante destinato allo sforzo bellico.

Questa pressione asimmetrica, se da un lato indebolisce la logistica nemica, dall’altro contribuisce alla volatilità dei listini, rendendo ancora più urgente per l’Europa la correzione di rotta sul price cap.

L’effetto Zaporizhzhia e i veti incrociati tra i Ventisette

Mentre l’attenzione è catalizzata dalle fluttuazioni del mercato, non si placano le inquietudini per la sicurezza del sito nucleare di Zaporizhzhia, la cui esposizione ai rischi di un conflitto prolungato continua a rappresentare una spada di Damocle per l’intero continente.

È in questo contesto, segnato da emergenze energetiche e spettri nucleari, che si inserisce la riflessione del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, il quale ha recentemente evidenziato come la crisi derivante dal blocco di Hormuz renda assai complicato giustificare ulteriori sacrifici economici e spese militari davanti a un’opinione pubblica già provata dall’inflazione.

La posizione dell’Italia, storicamente attenta alle dinamiche marittime, riflette un malumore più ampio: nazioni come la Grecia hanno spesso guardato con fastidio a modifiche troppo brusche del meccanismo dei noli e dei servizi assicurativi legati al greggio.

Per ottenere l’unanimità necessaria all’adozione del nuovo pacchetto, Bruxelles dovrà dunque cucire un compromesso che tenga insieme le esigenze dei falchi, intenzionati a inasprire ulteriormente le restrizioni su banche, trader e sulla flotta ombra che Mosca utilizza per eludere i divieti, e quelle delle capitali più caute, preoccupate dalle ripercussioni di una guerra commerciale totale in un momento di fragilità sistemica.

L’obiettivo dichiarato, al di là delle tattiche negoziali, resta quello di impedire che il conflitto in Medio Oriente – che ormai si protrae da quattro mesi – finanzi le casse del Cremlino invece di impoverirle.

Tuttavia, mentre i diplomatici discutono a porte chiuse su come districare questa matassa, il mercato energetico dimostra una volta di più la sua indifferenza verso gli slogan politici; una lezione che Bruxelles sta imparando a caro prezzo, costretta a correre ai ripari per evitare che le sue stesse regole si ritorcano contro.

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