Trump ad Ankara punta il dito contro l’Italia: "Meloni non c'è stata sull'Iran"
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha scelto il palcoscenico del vertice Nato di Ankara per tornare a fare i conti con gli alleati europei, e in particolare con l’Italia. Arrivato nella capitale turca, il capo della Casa Bianca non ha risparmiato critiche nei confronti della premier Giorgia Meloni, accusandola di aver voltato le spalle a Washington nella gestione della crisi con l’Iran.
"Mi piace, è una brava persona, ma non c'è stata per noi", ha dichiarato Trump in risposta a una domanda sui rapporti con il governo italiano, riferendosi al rifiuto di Roma di farsi coinvolgere nelle operazioni nello Stretto di Hormuz. Un attacco che si inserisce in un quadro più ampio di malumore verso quelle che il presidente considera le mancate solidarietà di Germania, Francia e Regno Unito, tutte accusate di non aver fornito il supporto sperato nella linea dura contro Teheran.
Il nodo di Hormuz e le relazioni con Roma
La vicenda che ha innescato l'ultima scintilla tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi affonda le radici nelle settimane precedenti, quando gli Stati Uniti avevano sollecitato i partner europei a unirsi a una coalizione navale per garantire la sicurezza delle rotte commerciali nello Stretto di Hormuz, un punto nevralgico per il trasporto del petrolio e teatro di crescenti tensioni con la Repubblica Islamica. L'Italia, come del resto altre capitali europee, ha scelto di non aderire all'iniziativa, mantenendo una linea prudente che Trump ha letto come una diserzione.
"Su Hormuz ci hanno voltato le spalle, quando avevamo bisogno non ci hanno aiutato", ha ribadito il presidente, estendendo il rimprovero a Berlino, Parigi e Londra, pur concentrando gran parte della sua delusione sulla premier italiana, con la quale ha ammesso di avere un rapporto personale positivo, segnato però da un deterioramento sul piano politico-diplomatico.
L'atteggiamento di Meloni, che pure aveva costruito un'intesa iniziale con l'amministrazione repubblicana, viene così letto come un allontanamento dalle posizioni statunitensi, un cambio di passo che Trump non ha esitato a sottolineare pubblicamente nel corso dell'incontro internazionale.
La giravolta di Trump e il ruolo di Erdogan
A sorprendere, più del contenuto delle critiche, è stato però il tono usato dal presidente americano, che ad Ankara ha mostrato un volto decisamente più sfumato rispetto ai roventi attacchi lanciati in passato contro gli alleati. Se nei giorni scorsi i messaggi social e le dichiarazioni rilasciate ai media avevano assunto i contorni di una requisitoria contro l'ingerenza europea, in Turchia Trump ha moderato i registri, alternando le stilettate a riconoscimenti personali e a una inaspettata ammissione di stima per la premier italiana.
"È una brava persona", ha ripetuto, quasi a voler circoscrivere la divergenza al singolo dossier e non a una rottura complessiva. Il presidente ha inoltre spiegato che la sua presenza al vertice Nato è dovuta in gran parte all'invito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, da lui definito un "grande amico" e un interlocutore leale, tanto da aver ottenuto la revoca delle sanzioni nel settore militare e un possibile via libera all'acquisto dei caccia PF35.
La capriola diplomatica di Trump appare così evidente: da un lato elogia il partner turco per la fedeltà dimostrata, dall'altro rammenta agli europei, e in particolare a Meloni, che la solidarietà non ammette eccezioni quando si tratta di difendere gli interessi strategici americani.
Il contesto del vertice e le prospettive su Ucraina e Iran
A margine delle polemiche, il presidente americano ha comunque gettato uno sguardo sugli altri grandi temi caldi del momento, mostrandosi ottimista sulla possibilità di una svolta nel conflitto in Ucraina dopo le recenti telefonate con il presidente russo Vladimir Putin e il leader ucraino Volodymyr Zelensky. Proprio nelle stesse ore, l'offensiva ucraina su Mosca ha raggiunto livelli record, mentre Trump ha scelto di non addentrarsi in dettagli operativi, limitandosi a esprimere fiducia in un'apertura diplomatica.
Sul fronte iraniano, invece, il presidente non ha fatto marcia indietro sulla linea dura, ma ha parzialmente ridotto il tono delle accuse, preferendo insistere sulla delusione per la mancata partecipazione europea piuttosto che annunciare nuove ritorsioni. Le parole pronunciate ad Ankara, insomma, confermano la strategia di un presidente che continua a tenere alta la tensione con i vecchi alleati, ma che non disdegna di dosare le critiche in base al contesto e all'interlocutore, come dimostra l'elogio a Erdogan e la stima, per quanto condizionata, nei confronti di Giorgia Meloni.
Il vertice Nato si trasforma così in una vetrina delle frizioni transatlantiche, con l'Italia chiamata a gestire il difficile equilibrio tra le aspettative di Washington e una posizione autonoma nel Mediterraneo allargato.




