La portaerei Ford nel Mar Rosso e lo spettro di un fronte curdo: l’escalation totale tra Israele, Usa e Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La macchina da guerra americana continua a dispiegare la propria potenza nelle acque mediorientali, e l’ultimo movimento in ordine di tempo riguarda la portaerei USS Gerald R. Ford, che ha fatto il suo ingresso nel Mar Rosso dopo aver completato il transito del Canale di Suez. Con l’arrivo di questo colosso navale, che viaggia insieme al cacciatorpediniere USS Bainbridge, gli Stati Uniti possono ora contare su due gruppi di portaerei in acque vicine al teatro operativo: la Ford appunto, e la USS Abraham Lincoln, quest’ultima già posizionata nel Mar Arabico. Un rafforzamento che arriva mentre i bombardamenti congiunti israelo-americani sul territorio iraniano si fanno sempre più intensi, con l’aviazione israeliana che ha preso di mira zone dell’Iran occidentale, una regione che ospita una significativa popolazione curda.

Ed è proprio la questione curda a rappresentare una variabile potenzialmente esplosiva in questo conflitto. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, che cita tre fonti a conoscenza dei colloqui tra Israele e le fazioni locali, Tel Aviv avrebbe condotto raid proprio per sostenere le milizie curde iraniane. L’obiettivo dichiarato di questi gruppi, che sperano di approfittare della guerra su larga scala contro Teheran, sarebbe la conquista di alcune città al confine. Un’insurrezione curda su vasta scala, come è facile intuire, potrebbe rappresentare un colpo mortale per la Repubblica Islamica, già costretta a difendere i propri cieli e le proprie infrastrutture dagli attacchi incessanti.

Sul terreno, la situazione è in continuo divenire e le agenzie di stampa rilanciano notizie di una violenza inaudita. Fonti locali parlano di una pioggia di missili caduta su Teheran e di una nuova ondata di droni lanciata contro Israele e basi americane, una strategia di saturazione che mira a mettere in crisi i sistemi di difesa avversari. La risposta di Washington non si è fatta attendere, con il segretario alla Guerra Pete Hegseth che ha voluto lanciare un messaggio chiarissimo proprio dal quartier generale del Comando centrale (CENTCOM) a Tampa, in Florida. "Le nostre munizioni ci permettono di continuare fino a quando vogliamo", ha dichiarato Hegseth, liquidando come un "grave errore di calcolo dei pasdaran" la speranza iraniana che gli Stati Uniti non possano sostenere uno sforzo bellico prolungato. Un’affermazione, quella del segretario, volta a ribadire che il vantaggio americano in termini di potenza di fuoco non fa che crescere col passare dei giorni.

La resa incondizionata secondo Trump e le incognite sulle scorte di missili

Nel frattempo, il presidente Donald Trump ha dettato le sue condizioni per il futuro dell’Iran, e lo ha fatto con il linguaggio diretto e senza mezzi termini che lo contraddistingue. In un post sui social, Trump ha parlato chiaramente di "resa incondizionata", aggiungendo che, dopo questo atto formale di sottomissione, Teheran dovrebbe procedere alla selezione di leader "grandi e accettabili" agli occhi dell’America. Solo allora, ha proseguito il presidente, si potrà lavorare con gli alleati per rendere l’Iran "più grande e ricco di prima", in una sorta di esportazione forzata del modello "Maga". Una posizione che stride apertamente con quella di Teheran, la cui dirigenza ha già risposto con un secco "non ci arrenderemo mai". Le conseguenze di questa guerra, però, si fanno sentire ben oltre i confini dei belligeranti. Lo dimostra la decisione delle autorità di Dubai di chiudere il proprio aeroporto, uno scalo tra i più trafficati al mondo, e lo confermano le notizie che arrivano dal Libano, dove alcuni Caschi Blu ghanesi sono rimasti feriti in seguito alle ostilità.

Parallelamente agli sviluppi politici e militari, emerge la spinosa questione della tenuta delle scorte belliche. Se Hegseth garantisce la capacità di fuoco illimitata degli Stati Uniti, resta da capire quali siano le riserve effettive di Israele e la capacità di resistenza dell’Iran, che potrebbe trovarsi presto a corto di missili per le proprie difese e per le rappresaglie. L’intelligence israeliana, citata da alcune fonti, prevede addirittura un possibile intervento diretto dell’Azerbaigian nel conflitto contro l’Iran, un’ipotesi che farebbe da detonatore per un allargamento regionale dello scontro, portando la guerra anche nel Caucaso e complicando ulteriormente un quadro geopolitico già di per sé incandescente. Mentre i bombardamenti continuano a martellare le infrastrutture del regime e le sirene risuonano nelle città, l’Unicef ha lanciato l’allarme su un dramma collaterale che si consuma lontano dai riflettori: quasi duecento bambini sarebbero stati uccisi dall’inizio del conflitto.

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