Scuola, il divario salariale con gli altri statali diventa un abisso
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Redazione Interno
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Mentre la macchina dei concorsi, che ha portato a quasi quattrocentoquarantamila nuove assunzioni negli ultimi due anni, tenta di correre ai ripari di fronte a un terzo dei dipendenti pubblici che andrà in pensione nel prossimo decennio, i dati dell’Istituto nazionale di previdenza sociale sul 2024 dipingono per il comparto scolastico un quadro desolante, segnato da una disparità retributiva sempre più marcata e ormai strutturale. Sebbene la Scuola si confermi, con il suo quaranta per cento del totale, il settore che assorbe la maggior parte degli impiegati dello Stato, i compensi di insegnanti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario rimangono inchiodati a livelli che, se paragonati a quelli di altri colleghi del pubblico impiego, appaiono decisamente insufficienti. Un divario che, lungi dal ridursi, è destinato ad ampliarsi ulteriormente con il prossimo rinnovo contrattuale, lasciando indietro chi, materialmente, tiene in piedi il sistema dell'istruzione.
I numeri di un divario incolmabile
A fronte di una retribuzione media annua lorda per l’intero pubblico impiego, calcolata su oltre tre milioni di lavoratori a tempo indeterminato, di circa trentanovemila euro – per una spesa complessiva che supera i centotrentadue miliardi – il personale della scuola percepisce infatti somme ben al di sotto di questa media. Il confronto, che si fa ancor più impietoso se si isolano alcune categorie, rivela come un militare, tanto per citare un caso, possa arrivare a guadagnare anche milleduecento euro lordi in più ogni mese, un gap che annualmente si traduce in una differenza di quindicimila euro. Una forbice salariale che, alimentata da dinamiche contrattuali differenziate, rischia di minare alle fondamenta la tenuta stessa di un settore già gravato da un'età media molto alta e dall’imminente pensionamento di una fetta consistente dei suoi dipendenti.
La sfida del ricambio generazionale
Proprio l’invecchiamento della pubblica amministrazione, la cui età media ha toccato i cinquantadue anni dopo un decennio di turn over quasi completamente bloccato per esigenze di bilancio, costituisce l’altro grande fronte critico. Con oltre seicentosessantamila statali che rientrano nella fascia d’età tra i cinquantacinque e i cinquantanove anni – più del diciassette per cento del totale – e che quindi si avvieranno alla pensione entro i prossimi dieci anni, la necessità di attrarre nuovo personale qualificato diventa impellente. Tuttavia, la persistente disparità economica, che rende la carriera nell'istruzione meno appetibile rispetto ad altri ambiti del pubblico impiego, rischia di compromettere seriamente questa opera di rinnovamento, creando un cortocircuito tra la necessità di assumere e la difficoltà di offrire condizioni competitive.
Il peso di una disparità consolidata
La fotografia scattata dall’INPS, che registra un incremento dell’uno e mezzo per cento del numero complessivo dei dipendenti pubblici – giunti a superare i tre milioni e settecentomila unità – con una retribuzione media di trentacinquemilatrecentocinquanta euro, non fa che confermare una tendenza ormai consolidata. All’interno di questo panorama, il comparto scolastico continua a essere il più numeroso, ma anche quello che paga di meno, nonostante la sua funzione strategica. La forbice, che si è aperta in anni di diverse trattative sindacali e di scelte di politica economica, appare oggi un elemento fisiologico e non più congiunturale, un dato di fatto che pesa sulle tasche e sulla motivazione professionale di centinaia di migliaia di persone.




