Legge elettorale, il Bignami bis accelera e le opposizioni alzano la voce
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Redazione Interno
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La notizia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non risiede tanto nella tabella di marcia serrata imposta dalla maggioranza, quanto nell’archiviazione formale dei primi due passaggi che condurranno la riforma nell'Aula di Montecitorio già nell'ultima settimana di giugno; un’accelerazione che, se da un lato mira a contingentare i tempi di discussione nel mese successivo per ottenere il via libera della Camera entro luglio, dall’altro alimenta il fuoco delle polemiche.
Con l’obiettivo dichiarato di uno sprint immediato al Senato – che porterebbe l’ok definitivo tra settembre e ottobre – il centrodestra ha presentato il nuovo testo base, il cosiddetto "Bignami bis", nelle commissioni Affari costituzionali. L’impianto, come ha spiegato il relatore di Fratelli d’Italia Angelo Rossi, mantiene la struttura proporzionale con l’assegnazione di un premio di governabilità, sebbene venga ritoccato in alcuni dei suoi snodi fondamentali.
Le novità tecniche e l’obbligo di indicare il premier
Tra le modifiche più sostanziali – che vanno ben oltre i semplici aggiustamenti formali – spicca l’innalzamento della soglia per ottenere il premio di maggioranza, passata dal 40 al 42 per cento, mentre viene contestualmente soppresso il meccanismo del ballottaggio previsto in precedenza.
Il premio, che resta quantificato in 70 seggi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama, verrà attribuito solo alla lista o alla coalizione che risulti vincente in entrambi i rami del Parlamento, a patto che non vi siano risultati difformi tra Camera e Senato; in caso contrario, o se nessuna forza politica raggiungesse la soglia richiesta, la distribuzione dei seggi sarebbe interamente proporzionale.
Tuttavia, l’elemento che più di ogni altro ha scatenato l’irritazione delle minoranze – e che riscrive le regole della competizione – riguarda l’obbligo di indicare il nome del candidato premier al momento del deposito delle liste: una mancanza, questa, che comporterebbe l’inammissibilità della lista stessa, così come l’assenza del programma elettorale.
Il tentativo di dialogo di La Russa e il muro delle opposizioni
Proprio mentre alla Camera si procedeva a colpi di maggioranza, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, tentava una mediazione su un altro versante, proponendo ai capigruppo di Palazzo Madama un confronto preventivo sulla legge elettorale che non aspettasse l’esito dell’esame dei deputati.
La reazione, come si apprende da fonti parlamentari, è stata però definita "fredda" dalle opposizioni, le quali si sono dichiarate indisponibili sia per ragioni di metodo che per motivazioni squisitamente politiche, contestando il comportamento della maggioranza alla Camera sia sui contenuti che sulla tempistica forzata dell’esame del ddl.
Non è solo una questione di tempismo, insomma, ma la percezione – ben radicata tra i gruppi di minoranza – che il dado sia ormai tratto senza una reale condivisione del testo, nonostante i ripetuti appelli a rallentare di fronte a quella che definiscono una "riforma cucita su misura".
Le proteste in aula e il caso del voto degli italiani all'estero
Nel corso delle riunioni in commissione, le proteste sono esplose con particolare vigore quando è emersa un’altra novità di non poco conto: le modifiche relative al voto degli italiani all’estero, un capitolo che nella versione precedente del disegno di legge era sostanzialmente assente e che ora rischia di rappresentare una sorta di "cavallo di Troia" normativo.
I deputati dell’opposizione, in particolare quelli del Partito Democratico, hanno denunciato come il testo affidi al governo il compito di aggiornare i regolamenti sulla modalità di voto – un passaggio che definiscono "poco chiaro" e potenzialmente lesivo delle prerogative parlamentari, visto che si delega l’esecutivo su una materia che dovrebbe essere disciplinata esclusivamente dalla legge.
"Non puoi delegare al governo come si vota all’estero", ha tuonato un esponente dem, sottolineando il rischio che l’esecutivo possa intervenire in modo discrezionale su un tassello delicato come la circoscrizione estera, storicamente terreno di scontro politico e giudiziario.




