Il mondo di McIlroy, il fuoriclasse imperfetto due volte re del Masters

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Benvenuti nel mondo di Rory McIlroy. Per capire chi sia davvero l’uomo che domenica ha vinto per la seconda volta il Masters di Augusta, bisogna ascoltarlo. Una delle sue doti, forse la più sottovalutata, è una sincerità quasi disarmante: ogni parola che pronuncia, anche la più banale, diventa un indizio per comprenderlo, una chiave per entrare in quel labirinto mentale dove si annidano sia i colpi da fenomeno sia le fragilità più umane. Possiamo cominciare con una frase che ha detto venerdì sera, dopo un giro record che gli aveva regalato un vantaggio enorme – un margine che sembrava già una sentenza, e che invece ventiquattr’ore dopo era completamente evaporato – quando si è presentato davanti ai giornalisti con lo sguardo di chi sa di dover spiegare l’inspiegabile.

Un’attesa lunga diciassette anni, poi il bis consecutivo

“È incredibile che ho dovuto attendere 17 anni per indossare la Giacca Verde e ora la ricevo per la seconda volta di fila”. Questa confessione, rilasciata quasi con stupore, racchiude l’essenza del suo percorso. L’impresa di McIlroy – centrare il bis al Masters – è infatti di quelle che restano negli almanacchi: prima di lui, solo tre mostri sacri ci erano riusciti, vale a dire Jack Nicklaus (1965 e 1966), Nick Faldo (1989 e 1990) e Tiger Woods (2001 e 2002). Aggiungiamoci che il nordirlandese, classe 1989, è tornato a vincere ad Augusta da campione in carica, un’ulteriore rarità che lo consegna di diritto a un’élite ristrettissima. Eppure, la sua vittoria è stata tutt’altro che una marcia trionfale.

Quando il vantaggio da record si trasforma in incubo

La cronaca di quei quattro giorni racconta un copione da thriller psicologico. Dopo due giri, McIlroy viaggiava con un vantaggio di sei colpi, aggiungendoci pure un record sul percorso. Sembrava finita, quasi noiosa. Poi, al termine della terza giornata, l’incubo: Cameron Young lo aveva raggiunto, e nella prima parte dell’ultima tornata il rivale gli è addirittura volato avanti di tre colpi. Il mondo del golf, si sa, è spietato con chi trema, e McIlroy ha tremato eccome. Ma non è crollato. A -12 (276) ha chiuso, precedendo di un solo colpo il numero uno del mondo Scottie Scheffler: una differenza minima, ma abissale per quel che riguarda il peso specifico.

Carattere, resilienza e la frase che dice tutto

“Volevo tornare qui e dimostrare che il risultato dell’anno scorso non era un caso”, ha tagliato corto McIlroy durante la cerimonia di premiazione. Una frase secca, da chi non ama gli abbracci collettivi né le autoassoluzioni. La sua vittoria, insomma, è stata costruita con carattere e resilienza al termine di un ultimo giro complesso, in cui ha perso il comando per poi riprenderselo nel momento decisivo. Non sempre i percorsi più veloci sono anche i più belli. Anzi. Spesso i tornanti di montagna o un tortuoso tracciato lungo la costa sono più faticosi, ma alla fine regalano emozioni più autentiche. McIlroy ha scelto proprio quella via alternativa, trasformando una potenziale débâcle nella conferma di un regno.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.