Google chiude con il passato: addio Fitbit (come app) e Google Fit, arriva l’Air che non ha schermo (né distrazioni)

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Mountain View volta pagina nel segno della leggerezza, e lo fa con un dispositivo, il nuovo Fitbit Air, che di fisico ha davvero poco: 5,2 grammi da polso, nessun display, nessun tasto fisico, una sorta di sassolino tecnologico che si infila in un cinturino e sparisce, almeno visivamente, dalla routine quotidiana. Google ha scelto il 7 maggio per due annunci che, se letti insieme, raccontano un disegno preciso: da un lato la rinuncia allo schermo (forse il vero punto di forza di questo aggeggio) per favorire un monitoraggio passivo e continuo, dall’altro la scomparsa definitiva di due capitoli storici come l’app Fitbit (che diventa Google Health) e Google Fit, destinato a chiudere i battenti dopo oltre un decennio. Chi si aspettava l’ennesimo smartwatch pieno di notifiche, insomma, ha sbagliato mira; qui la scommessa è opposta: meno tecnologia invasiva, più dati silenziosi da analizzare dopo, magari mentre dormi.

Un sassolino da 99 euro che non vuole disturbare (ma controlla tutto)

L’Air, che si può prenotare da subito su Google Store e Amazon a 99,99 euro (disponibile dal 26 maggio), monta dentro quella calotta di policarbonato una serie di sensori che non hanno nulla da invidiare a tracker ben più ingombranti. C’è il monitoraggio della frequenza cardiacca 24/7, la rilevazione della fibrillazione atriale (con relativi avvisi), l’ossimetria per la SpO2, la variabilità cardiaca e persino la temperatura cutanea. La sua natura, priva di interfaccia grafica, costringe l’utente a delegare tutto alla nuova app Google Health (erede dell’app Fitbit), che diventa così il vero cervello dell’operazione. Non che manchi l’intelligenza artificiale, anzi: insieme al tracker è stato rilasciato Google Health Coach, un assistente basato su Gemini che elabora i numeri e propone piani di recupero o allenamento senza che l’utente debba nemmeno chiederglielo. La batteria, particolare non secondario data l’assenza dello schermo, promette sette giorni di autonomia; la ricarica rapida, poi, regala una giornata intera con soli cinque minuti di attesa.

L’addio a Google Fit e lo strappo con il vecchio account Fitbit

Ma il vero colpo di scena, per chi segue l’ecosistema da anni, è il repulisti software parallello al lancio. L’app Fitbit, così come la conoscevamo, cesserà di esistere il 19 maggio 2026, data in cui Google Health prenderà il suo posto con un aggiornamento automatico. Più traumatico il destino di Google Fit, che verrà dismesso gradualmente: entro quest’anno gli utenti dovranno migrare i propri dati (qualcuno li raccoglie dal 2014) verso la nuova piattaforma, pena la perdita di statistiche e cronologie. Google ha assicurato che fornirà un tool per il trasferimento, ma la mossa segna comunque la fine di un’era per chi usava i primi smartwatch Android. E non finisce qui: chi ancora oggi utilizza le vecchie credenziali Fitbit per loggarsi, dal 19 maggio non potrà più farlo; l’unica via d’accesso sarà l’account Google, una migrazione obbligatoria che l’azienda sta spingendo da mesi per unificare la gestione dei dati sanitari.

Design modulare e l’edizione speciale per Stephen Curry

A impreziosire il lancio ci pensa poi una collaborazione inaspettata con la star del basket Stephen Curry, che ha prestato il nome a una edizione speciale del Fitbit Air: cinturino color marrone segale con dettagli arancioni, tessuti pensati per la traspirazione e una texture interna che richiama le linee delle auto da corsa. Il prezzo sale a 130 dollari (o euro, a seconda del mercato), ma la sostanza tecnica non cambia. Il sistema modulare permette di staccare il piccolo “sassolino” dal cinturino sportivo incluso (in materiale riciclato al 35%) per infilarlo in versioni più eleganti in silicone o addirittura in una versione raffinata da indossare in ufficio. Una scelta, questa della vestibilità, che tradisce l’ambizione di Google: rendere il monitoraggio della salute un gesto talmente automatico e discreto da non doverci nemmeno pensare, lasciando all’intelligenza artificiale il compito di dare un senso a tutto quel flusso di dati silenziosi.

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