Cuba, il bilancio delle proteste sale a quattordici arresti dopo l’assalto alla sede del Partito a Moron

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sale a quattordici il numero delle persone fermate in relazione all’assalto contro la sede municipale del Partito Comunista di Cuba avvenuto a Moron, nella provincia di Ciego de Ávila, al culmine di una manifestazione popolare scoppiata nella notte tra venerdì e sabato. La conferma dell’incremento del numero di fermati, che in un primo momento era stato quantificato in cinque unità dalle stesse autorità, è arrivata direttamente dal segretario locale del partito, Julio Heriberto Gomez, nel corso di un intervento pubblico di cui ha dato notizia il quotidiano filogovernativo Invasor. L’episodio, verificatosi in un contesto di malcontento crescente per i prolungati blackout e la cronica penuria di generi alimentari, rappresenta l’emblema più vistoso della tensione che attraversa l’isola.

La protesta, che stando alle ricostruzioni ufficiali era iniziata in maniera pacifica con un corteo di cittadini che reclamavano “corrente e cibo” e scandivano slogan come “Abbasso la dittatura”, ha subito una drammatica escalation quando un gruppo di manifestanti ha preso d’assalto la sede del Partito, danneggiando l’ingresso e appiccando il fuoco ad alcuni arredi prelevati dalla reception, fiamme che sono state poi propagate sulla pubblica via. Oltre alla sede politica, hanno riportato danni anche altri esercizi commerciali statali, tra cui una farmacia e un supermercato della catena Tiendas Caribe. Il ministero dell’Interno cubano ha avviato un’indagine per fare piena luce su quanto accaduto, mentre il presidente Miguel Díaz-Canel, intervenuto sulla questione via social network, ha lanciato un monito chiaro: pur comprendendo il malessere generato dai disagi, ha ammonito che non ci sarà alcuna impunità per gli atti di vandalismo e violenza contro le istituzioni.

Questo episodio di aperta ribellione si inserisce in una fase tra le più critiche della storia recente di Cuba, un’isola messa in ginocchio da una crisi energetica senza precedenti che ha raggiunto il suo apice lo scorso 16 marzo con il collasso totale della rete elettrica nazionale. Il buio che ha avvolto l’intero paese è la conseguenza diretta di un deficit di carburante ormai insostenibile, aggravato dalle recenti misure imposte dall’amministrazione Trump. La Casa Bianca, infatti, ha minacciato l’applicazione di dazi punitivi nei confronti di chiunque venda petrolio all’Avana, una stretta che ha di fatto paralizzato l’approvvigionamento energetico dell’isola. La compagnia elettrica statale, l’Unión Eléctrica de Cuba, ha dovuto constatare come la domanda di energia, attestatasi sui 2.347 megawatt, superasse di gran lunga la capacità produttiva disponibile, ferma a circa 1.140 megawatt. E se è vero che le centrali termoelettriche cubane, in gran parte obsolete e soggette a frequenti guasti, coprono il fabbisogno serale, la mancanza di combustibile ha reso vano anche il contributo dei cinquantadue parchi fotovoltaici, che pure nelle ore diurne erano riusciti a immettere in rete fino a 732 megawatt, ma che non hanno potuto evitare il cedimento del sistema.

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