Figc, la Serie A candida Malagò alla presidenza ma l’ombra del commissariamento tecnico di Lotito apre la sfida con Abete

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Un plebiscito che sa di resa dei conti, quello che arriva dalla sede della Lega Serie A a Milano, dove ieri l’assemblea ha deciso a larghissima maggioranza – diciotto voti su venti, per la precisione – di indicare Giovanni Malagò come candidato ufficiale alla presidenza della Figc. Il nome dell’ex numero uno del Coni, che ha raccolto l’invito con «grande soddisfazione», si candida così a raccogliere l’eredità di Gabriele Gravina: un’eredità pesante, segnata dall’eliminazione dalla corsa ai Mondiali per mano della Bosnia a Zenica e dalla terza mancata qualificazione consecutiva alla rassegna iridata.

Il quadro, tuttavia, è tutt’altro che delineato. Perché se la Serie A ha parlato con una compattezza quasi inattesa – solo due club, la Lazio e l’Hellas Verona, si sono sottratti alla firma – la reazione delle altre componenti federali non si è fatta attendere. A rompere gli indugi è stato Giancarlo Abete, presidente della Lega Nazionale Dilettanti e già ai vertici della Federcalcio tra il 2007 e il 2014, che ha annunciato l’intenzione di chiedere al proprio consiglio direttivo la stessa investitura ottenuta da Malagò.

«Non è il nome, serve un commissario»: l’affondo di Lotito che mette in discussione le regole

A gettare benzina sul fuoco, però, ci ha pensato proprio uno dei due presidenti dissidenti. Claudio Lotito, patron della Lazio, intercettato dai cronisti all’uscita dell’assemblea milanese, ha articolato un ragionamento che va ben al di là della semplice opposizione alla candidatura di Malagò. «Serve una ristrutturazione del calcio» ha detto, a volto scuro, prima di chiudere la portiera dell’auto che lo avrebbe condotto in stazione. E poi, con maggiore calma, ha spiegato il suo punto: «Le elezioni vengono indette con la legge 91 del 1981, una legge di 45 anni fa e non va bene. Non è il nome, il nome non c’entra niente. Se una cosa non funziona, va ristrutturata».

Il riferimento del presidente biancoceleste – che ha visto la sua posizione isolata, condividendola soltanto con l’Hellas Verona – è a quella normativa che dal 1981 disciplina l’ordinamento sportivo italiano. «Fin quando c’è quella legge» ha insistito Lotito, «il sistema va ridisegnato tutto. Ci vuole la nomina di un commissario». Una presa di posizione, la sua, che non intacca direttamente la figura di Malagò quanto piuttosto il metodo stesso con cui si arriva alla successione di Gravina. E che, implicitamente, lancia un’accusa alla politica sportiva degli ultimi decenni, incapace di riformare un impianto normativo ormai considerato obsoleto da più parti.

Abete sfida Malagò e il peso dei dilettanti diventa decisivo

Se la Serie A ha già fatto la sua mossa, quella di Abete è una contromossa studiata nei tempi e nei modi. Intervenuto a margine della cerimonia del Premio Bearzot, svoltasi al Coni, l’attuale numero uno della Lnd ha chiarito la propria strategia: «Chiederò al consiglio direttivo della Lega Dilettanti e ai delegati di investirmi delle stesse titolarità di cui è stato investito il presidente Malagò dalle società di Serie A». Ovvero, la possibilità di presentare la propria candidatura seguendo una logica che prima discuta i contenuti e solo successivamente valuti il punto di caduta dei nomi.

Abete non ha nascosto una certa perplessità per l’accelerazione impressa dalla massima serie: «Pensavo sarebbe stato più opportuno un percorso diverso» ha ammesso, «leggendo e valutando il documento Gravina, capendo quali tipi di responsabilità ogni componente avrebbe preso nei confronti della Federazione, per avere un programma condiviso e poi individuare la persona giusta. C’è stata questa accelerazione con l’investitura di Malagò. Se l’impostazione è questa, noi seguiremo la stessa».

L’ago della bilancia, in questa partita, potrebbe essere proprio il peso specifico dei voti. Quelli della Lnd, vale la pena ricordarlo, rappresentano da soli il 34% del totale dell’assemblea elettiva che il 22 giugno si riunirà a Roma per eleggere il nuovo presidente federale. Un dato che stride con il 18% della Serie A, e che suggerisce come l’appoggio del mondo dilettantistico sia in realtà molto più determinante di quello dei grandi club professionistici.

Due pesi massimi, un solo trono: la sfida tra ex presidenti del Coni e della Figc

Si profila dunque all’orizzonte un duello tra due giganti della sport governance italiana, due figure che hanno segnato epoche diverse ma che condividono una lunga consuetudine con i palazzi del potere. Malagò, reduce dalla gestione olimpica di Milano-Cortina 2026, porta con sé il pedigree di chi ha retto il Coni per oltre un decennio; Abete, invece, vanta l’esperienza di sette anni alla guida della Federcalcio, un mandato che lo aveva visto protagonista di un’epoca pre-crisi strutturale del movimento calcistico.

La loro rivalità, del resto, non è una novità per gli addetti ai lavori: le strade dei due si sono incrociate più volte, e non sempre in modo amichevole. Ora la posta è altissima, perché chi governerà la Figc dovrà affrontare una ricostruzione che molti definiscono epocale. E mentre la Serie A – fatta eccezione per le due voci fuori dal coro – ha già schierato le sue truppe, Abete ha lanciato un appello alle altre componenti: «Il mio invito è che la stessa cosa facciano le componenti tecniche e le altre leghe, perché abbiamo necessità di avere il contributo di tutte le componenti».

Restano in campo, ancora per poche settimane, anche le ipotesi relative a un cosiddetto «terzo uomo», un nome capace di ricomporre la frattura e di rappresentare una soluzione di unità nazionale per un calcio italiano che appare più diviso che mai. Ma al momento, a due mesi dalle elezioni federali, la partita sembra essere a due: Malagò contro Abete, con Lotito che dal canto suo continua a ripetere che il problema non è chi siede sulla poltrona, ma la poltrona stessa.

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